Quando suona la campana

Adesso sto in crisi perchè non mi ricordo il nome. E’ stato il primo a salutarmi a Trinko Malee appena sceso dal Canadair. Ci siamo abbracciati. E poi mi ha portato, insieme agli altri, sull’isola di Kejnia, profondo nord dello Sri Lanka, a ridosso dei tamil e della guerra infinita, come se non bastasse la devastazione dello tsunami. Ricordo solo che è di Siena, perche’ ne abbiamo parlato tante volte. Lui è un vigile del fuoco. L’ho incontrato di nuovo in una zona lontanissima da casa che aveva bisogno di aiuto. L’ho visto montar su le tende e accarezzare i bambini. Come sempre. Come l’anno prima, sempre lui, a Bam, in Iran. Due Capodanni di seguito passati insieme. A Kejnia è stato un incontro breve, colpa mia mica sua perchè sono tornato a Colombo, a Bam invece abbiamo passato insieme molti giorni condividendo dolore e fatica. Dei vigili del fuoco mi ha sempre impressionato la grande capacità di faticare, in silenzio. Faccio il cronista da troppi anni per ricordarle tutte. Ma ricordo bene che ho cominciato a chiamare “angeli” i vigili del fuoco a Firenze dopo la bomba a via dei Georgofili. Trasmettevo in diretta da lì davanti e mi era venuto spontaneo definire “gli angeli della polvere” quei pompieri che neppure si davano il cambio. E poi a Foggia, davanti al cratere del palazzo crollato. E in quello crollato a Roma in cui oltre alla fatica c’è stato il grande dolore di perdere un compagno. Poi a Quindici: gli angeli del fango. Nei sei mesi del terremoto umrbo-marchigiano. Sempre i primi ma sempre in disparte, a sfuggire i riflettori. Ho tanti amici tra i vigili del fuoco. Non ricordo i nomi, lo ammetto, ma ricordo bene le facce e i sorrisi, nonostante tutto, e gli insegnamenti. Ne ho in mente soprattutto uno, un consiglio che seguo anche durante le esperienze di guerra: “individua sempre la via di fuga”. La via di fuga. Mi è servito in Afghanistan, mi continua a servire in Iraq e mi è servito addirittura a Genova, durante il g8, quando mi sono sentito intrappolato dentro quel vicolo della Diaz. La via di fuga. Da quando quel pompiere me lo disse, mi guardo sempre intorno e forse quel consiglio mi ha salvato la vita. In qualche maniera mi sento, oltre che vicino, anche simile a loro. Di sicuro abbiamo lo stesso destino. C’è un mio amico carissimo, che una volta era pompiere e adesso ha un incarico importante, che una volta mi disse. “Sai che ho chiesto a mia moglie? Che quando suona la campana, non mi deve fermare”. A noi inviati di frontiera non suona, tecnicamente, una campana ma il principio è lo stesso: quando ci chiamano, quando è successo qualcosa , non ci può fermare nessuno. Quelli come me vanno semplicemente a raccontare, loro fanno molto di più: vanno ad aiutare. Ma la cosa bella è che ci ritroviamo insieme.

6 pensieri su “Quando suona la campana

  1. Pingback: Quando suona la campana « La Torre di Babele

  2. Un bellissimo omaggio ai Vigili del Fuoco , Corpo benemerito veramente e forse mai nel giusto apprezzato dalle nostre Istituzioni smemorate! Ottimo il suggerimento dell’amico sulla “via di fuga”. Stupendo finale! Lucio

  3. Come sempre le tue parole per descrivere “l’uomo” , non sono tecniche, giornalistiche, scritte solo con la mano. Come sempre è il tuo cuore , che parla, e le parole che getti sul foglio sono il fluido infinitamente umano, generato dalla tua sensibilità e profondità di pensiero……spesso, leggendo le tue parole, due gocce si formano nei miei occhi, e si fondono con gli stessi tuoi pensieri…..forse perchè tu riesci a descrivere , così bene, una realtà che spesso sfugge ai più… grazie, Pino, per le tue parole , i tuoi racconti così umani e forti. Grazie di “cuore”….

  4. Pingback: A’zaz sotto le bombe & riflessioni da giovane reporter | canedariporto

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