I pendolari della mafia

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Anni 90: reportage da Mannheim, il paese dei killer. Sono partiti dalla Germania per uccidere Saetta, Livatino e Guazzelli. Forse anche Borsellino.

Stazione di Mannheim, in Germania, distretto di Rhein-Neckar. Dicono che da qui sono partiti i killer di almeno tre dei più feroci delitti di mafia degli ultimi anni. Vittime i giudici Saetta e Livatino e il maresciallo dei carabinieri Guazzelli. Forse le stesse mani hanno ucciso anche Borsellino e c’è chi non esclude una pista tedesca, addirittura, per la strage Falcone. Anonimi camerieri a Mannheim, tutti giovanissimi, implicati nella droga, secondo le ultime indagini, hanno raggiunto la Sicilia in treno. C’è l'”Italia  Express” alle 22,10 di ogni sera. Arriva a Roma alle 11,30 della mattina successiva. Da Roma un altro treno per Palermo. Esaurita la loro missione di morte hanno compiuto lo stesso giorno il viaggio di ritorno. Li chiamano i pendolari della morte. La conferma definitiva è arrivata quando i carabinieri, in collaborazione con la polizia tedesca, hanno arrestato proprio a Mannheim gli assassini del maresciallo Giuliano Guazzelli, detto il mastino per la sua tenacia, ucciso con cinquanta colpi di kalashnikov. Sono finiti in carcere Diego Provenzani, Salvatore Di Caro, Gioacchino Di Rocco e Ignazio Ilotto. Quattro tossici, quattro “stiddari” appartenenti alla mafia emergente agrigentina, arruolati per una manciata di marchi. Un quinto uomo del commando è ancora latitante. Ordine di cattura in carcere invece per Gaetano Puzzangaro, il personaggio-chiave del gruppo di fuoco. Responsabile non solo del delitto Guazzelli, ma secondo il racconto del pentito Gioacchino Schembri, anche dell’omicidio Livatino: fu l’uomo che finì con un colpo in bocca, nel settembre del ’90, il giovane giudice, il primo che scoprì la pista tedesca. Livatino ripeteva spesso che per capire la nuova mafia bisognava andare in Germania. Gli credeva soprattutto Giovanni Falcone che più volte era venuto qui. Non è un caso che due giorni prima di morire, Falcone aveva ricevuto minacce di morte da Wuppertal. Dopo la sua morte, sulla pista tedesca, soprattutto sull’asse Palma di Montechiaro-Mannheim si era gettato Paolo Borsellino. E probabilmente gli è stato fatale. Era stato lui a convincere Gioacchino Schembri a collaborare con la giustizia. Era Schembri il misterioso pentito di cui si parlò subito dopo la strage di via D’Amelio. Da Schembri, Borsellino aveva saputo i nomi dei killer di Livatino: tutti di Palma di Montechiaro e tutti residenti a Mannheim dove a dicembre sono stati condannati all’ergastolo. Era stato sempre Borsellino a telefonare, appena un’ora prima della morte, ad un numero segreto della polizia federale di Wiesbaden. Probabilmente per confermare l’appuntamento del giorno dopo con il capo della polizia Hans Ludwig Zachert.

L’ordine di cattura per il delitto Livatino arrivò da Palma di Montechiaro la stessa sera dell’omicidio, il 21 settembre del ’90. Sotto accusa Paolo Amico, nipote del sindaco, Domenico Pace e Gaetano Puzzangaro. I primi due furono subito rintracciati a Leverkusen, presso la pizzeria “Ai trulli” noto ritrovo di mafiosi. Il primo a fare i loro nomi, cioè a riconoscere gli autori del delitto, fu un testimone oculare, un rappresentante, Piero Ivano Nava. Li fece al maresciallo Guazzelli che subito informò Borsellino. La conferma che erano loro i killer arrivò (questa è una novità assoluta) da un certo Heiko, un trafficante d’armi di Dresda. Arrestati Pace e Amico, cominciò cosi’ la lunga caccia a Puzzangaro detto la mosca perchè imprendibile. Per mesi furono messi sotto controllo i telefoni del padre Salvatore e del fratello Giuseppe finchè alla fine di maggio del 92 la mosca fu presa nel bosco di Waldorf, nella regione di Essen. Un’azione in grande stile, degna di un boss. Puzzangaro aveva un documento falso, intestato a Domenico Casuccio, e un vero arsenale. Portato nel carcere di Stammheim, a Stoccarda, fu interrogato da Borsellino ma negò tutto. Oltre alle testimonianze, lo inchiodò però la registrazione di una telefonata con Pace, in cui diceva di dover “sistemare una cosa” in Sicilia prima di tornare in Germania. In quel periodo fu ucciso Guazzelli, il 4 aprile. Schembri fu arrestato due settimane dopo.

Mannheim è un importante centro a cinquanta chilometri da Francoforte, nella regione di Baden-Wurttemberg, con rilevanti insediamenti industriali ma anche con una spiccata propensione per il commercio. E’ una città ricca, in apparenza pulita ma ormai anche il Governo ammette che dentro le sue banche si riciclano gran parte dei soldi provenienti dal traffico di droga dell’est Europa. Trecentomila abitanti, quindicimila sono italiani. Un migliaio, addirittura, sono di Palma di Montechiaro. Frequentano poco il centro se non per dedicarsi al “pizzo” come ci confida uno dei moltissimi imprenditori italiani che hanno impiantato un’attività onesta in Germania.

Ci dice un cronista esperto di mafia del quotidiano “Mannheimer Morgen”, Jan Cerny: “La gente di Mannheim, i tedeschi, sottovalutano ancora il fenomeno. Lo prendono come una disgrazia che riguarda l’Italia, o addirittura come uno show da vedere in televisione. Senza pensare, senza capire che la mafia è arrivata qui e dovranno farne i conti. Già ne fanno i conti i più giovani. La mafia porta droga e l’anno scorso solo a Mannheim ci sono stati ventisei morti per droga”.

I criminali sembrano lontani, vivono e operano a Jungbusch, un quartiere periferico che somiglia a un angolo di Sicilia, così pieno di pizzerie che cambiano nome ad un ritmo impressionante e luogo molto spesso di sparatorie. La polizia si accorse che non si trattava di piccola malavita ma di un vero e proprio fenomeno, insomma dell’esistenza di un’organizzazione, soltanto due inverni fa, nel novembre del 91, sei mesi dopo l’omicidio Livatino. Ci fu una violenta sparatoria nel ristorante “Goldener Kegel” (il birillo d’oro) in Koblenzersk strasse. Spararono per ore in venti, due gruppi di fuoco. Nel commando c’erano anche turchi. C’era anche Puzzangaro ma riuscì a fuggire. Si parlò di una vendetta dopo un’altra sparatoria, sei prima, al “Bar 2000” di Palma di Montechiaro. Il proprietario del locale era un certo Buticcio, cognato di Schembri.

Al presidio di Mannheim, ci conferma il commissario della polizia criminale Holger Ohm: “Stavamo sulle tracce di certi personaggi fin dall’88-89 ma effettivamente la prova che era in atto una guerra di bande e dunque che la posta in palio era molto alta l’avemmo in quell’occasione. Sappiamo ormai che in Germania non ci sono macchie bianche, o isole felici. Sappiamo anche che non ci sono solo i mafiosi italiani ma dei Balcani, dell’est Europa e anche asiatici. Bisogna stare molto attenti. Ci sono stati arresti importanti ma c’è un disegno criminale molto vasto e per batterlo ci vuole una grande collaborazione internazionale. Il lavoro è ancora lungo e difficile. Siamo convinti che la guerra anzi sia appena iniziata. E’ un momento molto delicato perché questa è la stagione delle vendette”. Un’organizzazione, dunque, spietata e arrogante, nonostante i duri colpi inferti dalla polizia. Riusciamo a rintracciare un testimone importante. Un tassista che la settimana scorsa ha portato un uomo a Jungbusch, lo ha visto uccidere una persona e poi lo ha riportato alla stazione ferroviaria. Quel tassista ha accettato di portarci nella pizzeria di Gioacchino Schembri, il pentito, nella zona di Kafertal. La pizzeria si chiamava “Imbiss Italia”, ora si chiama “Enzo”, e si trova proprio in fondo a Wormser strasse, al numero 57. Ora è gestita da un palermitano, Lorenzo Lentini. Quando ci vede si spaventa. “Non sono parente di Schembri – dice subito -, questo locale quando l’ho preso era sfitto. Ma perche’ cercate i mafiosi qui? Andate in centro……”.

Schembri, un cameriere arricchitosi con la droga, abitava sopra il locale. Fu arrestato il 15 aprile dell’anno scorso, appena una settimana dopo l’omicidio Guazzelli. Ci fu una sparatoria. Schembri fece fuoco con la lupara contro i carabinieri che partecipavano all’operazione. Ora Schembri sta in Italia, nascosto, forse con la famiglia: la moglie e due figli. Fu estradato alla fine di luglio con un aereo militare italiano dopo che l’Alitalia aveva ricevuto minacce di attentati e la Lufthansa si era di conseguenza rifiutata di trasportarlo. Insieme a Schembri, il 15 aprile, fu arrestato Gaspare Incandonna, accusato di legami molto stretti con la cosca Allegro a Palma di Montechiaro. Incontriamo il suo legale, Friedrich Reyher. Contesta l’ipotesi di un’organizzazione tedesca. “E’ certamente possibile – dice – che alcuni emigrati possano ancora tenere contatti con la terra d’origine. E, conoscendo la cultura siciliana, posso anche credere che in qualche caso abbiano risposto all’appello della famiglia. Ma da qui a dire che c’è una base della mafia a Mannheim ce ne corre”. Gaspare Incadonna ora è in Sicilia, estradato da Falcone. Come Schembri. A Mannheim sono rimasti numerosi parenti di Schembri, una quindicina in tutto. Tre fratelli, due sorelle e nipoti. Una sorella, come detto, è la moglie di quel Buticcio proprietario del “Goldener Kegel”, l’altra è rimasta vedova esattamente da un mese e mezzo. In un agguato a Jungbusch, il quartiere della mafia, ad un incrocio frequentatissimo e davanti a tanta gente, è stato assassinato Giuseppe Crapanzano. A sorpresa la moglie della vittima, e sorella di Schembri, ha denunciato due fratelli. Uno è stato arrestato a Mannheim, l’altro è stato preso in Francia ed è in attesa di estradizione. Uno strano intreccio di vendette e di morte. Ma la scia di sangue non si è fermata. La settimana dopo, con cinquanta colpi in faccia (come al maresciallo Guazzelli) è stato ucciso Giuseppe Sabia, amico di Schembri. A casa gli hanno trovato centinaia di milioni, forse frutto di un carico di droga sparito. Sabia era proprietario del “Sole d’oro”, in Neckarstadt strasse, la zona a luci rosse. E proprio nelle case chiuse, povere di clienti, si riciclano secondo gli inquirenti i soldi della mafia.

Alla fine di marzo c’è stato un vertice a Bonn fra la commissione parlamentare antimafia italiana e quella tedesca. Berlino, dopo il crollo del muro, è ormai universalmente riconosciuta come nuova capitale di traffici illeciti, crocevia mondiale della droga. Ma non è una novità. Di recente un pentito importante, Gaspare Mutolo, ha ricordato come fin dai tempi della legge La Torre , dieci anni fa, i vertici della mafia hanno considerato la Germania come terra libera per facili investimenti. La guerra, come è stato detto, è appena cominciata. Pochi giorni prima del vertice di Bonn, in una gigantesca operazione chiamata “Quadrifoglio” in onore delle quattro vittime di mafia, i carabinieri hanno arrestate 53 persone fra la Sicilia e la Germania. Sono finiti in carcere Rosario Meli, consigliere comunale di Camastra nell’Agrigentino, e decine di picciotti della “Stidda”, la nuova e ferocissima mafia uscita da una costola di Cosa Nostra. Anche dopo la morte di Borsellino, Schembri evidentemente continua a parlare.

Gli-arrestati-delloperazione-Agorà-di-Gela

 

La “Stidda” è una sorta di mafia parallela, molto attiva nel traffico di armi e di droga, e ora passata anche al tentativo di controllare gli appalti e di infiltrarsi nelle istituzioni, avviando anche contatti con esponenti politici. La “Stidda” è nata a Favara, in provincia di Agrigento, in tempi remoti, per iniziativa di “uomini d’onore” “posati” dalla mafia, cioè allontanati da Cosa Nostra. Una associazione di ex, decisi a crearsi propri clan. Il nome di “Stidda”, che vuol dire stella in dialetto siciliano, è stato attribuito all’organizzazione da Cosa Nostra, e deriva da un tatuaggio appunto a forma di stella, che alcuni degli affiliati portano sulla mano destra. In effetti, però, gli “stiddari” non hanno mai chiamato in questo modo la loro associazione. Solo recentemente la “Stidda” ha acquistato rilievo, ponendosi come un’organizzazione criminale in grado anche di opporsi vittoriosamente a Cosa Nostra: secondo gli inquirenti, gli “stiddari” hanno conquistato il controllo delle attività illecite a Gela e a Palma di Montechiaro, spodestando dopo uno scontro che ha fatto decine di vittime, i vecchi boss della mafia. Da Cosa Nostra, la “Stidda” ha in qualche modo mutuato la struttura interna e le regole fondamentali. In particolare, il dislocamento sul territorio, articolato su base provinciale. La “Stidda” sarebbe presente in tutte le province siciliane, eccettuata quella di Palermo. I clan di “stiddari” si sono aggregati in un sistema di tipo confederale solo a partire dal maggio scorso, istituendo una sorta di “Commissione”, nella quale sono rappresentati i diversi gruppi e che si riunisce periodicamente: sedute sarebbero state tenute a Ragusa, Vittoria e Favara. Le decisioni di questa Commissione, però, non sarebbero vincolanti e obbligatorie per tutti gli affiliati, come avviene in Cosa Nostra. Fra i clan della “Stidda”, comunque, i rapporti sono stretti e continui, e i diversi gruppi si scambiano spesso i killer. Punto di forza della “Stidda”, i contatti con la Germania, dove, anche grazie alla presenza di numerosi emigrati agrigentini, sono stati attivati canali molto efficienti per il traffico di armi. Gli “stiddari”, comunque, importano armi anche dalla Jugoslavia e da altri Paesi. Punto di riferimento in Germania, paese definito dagli investigatori “santuario” della “Stidda”, sarebbero le numerose pizzerie gestite da siciliani.   

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