L’imbroglio kazako

Capitolo 18 del libro “Mafija”.

Sembra la scena di un film: 28 maggio 2013. Esterno notte: Casalpalocco, quartiere residenziale di Roma proteso verso il mare. Cinquanta poliziotti della Digos, quasi tutti in borghese, circondano una villetta, al numero 3. Trenta entrano, venti restano fuori. Cercano un “latitante armato e pericoloso” secondo un cablo dell’Interpol. Trovano sette persone: tre donne, due uomini e due bambine. Sono Alma Shalabayeva, la figlia Alua di sei anni, la sorella di Alma (Venera) con il marito  Bolat Seraliev e la figlia (Adiya), oltre a una coppia di domestici ucraini. Nessuno parla italiano. Alma chiede spiegazioni, ma un poliziotto con una grossa catena d’oro al collo le dice sogghignando “Io sono la mafia”. Soltanto molte ore più tardi un altro poliziotto mostrerà distrattamente un tesserino. Alma lo scrive, in un rapporto di diciotto pagine, sul Financial Times. “Ho avuto paura, ho pensato che volessero ucciderci tutti. Non hanno mostrato niente, un mandato di arresto o di perquisizione, non avevamo avvocati, né interpreti. Eravamo completamente disorientati. Avevo sentito rumore dalla parte della casa dove dormivano le bambine allora ho detto ‘children’ chiedendo di farmi  andare a vedere ma quel poliziotto che sembrava davvero un mafioso, con una faccia cattivissima, mi ha spinto a forza sulla sedia facendomi quasi cadere”. Cercavano qualcuno, il “pericoloso latitante, in contatto con gruppi terroristici”, cioè Muktar Ablyazov, il marito di Alma. Ma non lo trovano, semplicemente perché non c’è. L’informazione, a quanto si sa, sarebbe stata passata da un’agenzia investigativa israeliana, la “Syra”.

Così dopo quattro ore Alma viene fatta vestire, separata dalla figlia, e portata via insieme al cognato Bolat. La donna non sa descrivere l’edificio, ma probabilmente si tratta della Questura. A questo punto le chiedono il passaporto. Lei ha ancora paura, non vuole dire chi è e mostra un documento della Repubblica Centrafricana. Le dicono che è falso (invece è autentico). Sia a lei che al cognato chiedono di firmare dei fogli con la promessa di rilasciarli. Non sanno cosa c’è scritto e si rifiutano, allora tutti cominciano a urlare che li avrebbero arrestati, gli urlavano in faccia. Bolat ha tentato con “avocat” ma non gli hanno detto retta così ha firmato, aggiungendo in russo “Non so cosa sto firmando”. Lo hanno rilasciato. Alma non mangia dal pomeriggio precedente , vive una fortissima tensione così dopo quindici ore crolla e decide di raccontare finalmente chi è e perché si trova a a Roma. Dice del Kazakistan, di Nazarbayev, del regime, dell’opposizione. “Ho avuto l’impressione – scrive sempre nel rapporto – che il capo del servizio immigrazione (Maurizio Improta: n.d.a.) simpatizzasse con me, ma anche la sensazione che doveva farlo, che insomma stesse subendo pressioni”. Si è fatta ormai sera, ma la portano al Cie  (centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria. Alle 22 le viene notificato un decreto di espulsione ottenuto in tempi velocissimi, mai successo. Un avvocato del Cie le consiglia di chiamare l’ambasciata kazaka, ma lei naturalmente non ci pensa nemmeno. (segue) 

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