[Dossier Marò]. Due anni di attesa per una vicenda piena di ombre, senza nessuna prova della colpevolezza dei militari italiani

Era il 15 febbraio del 2012, quindi è stata superata anche la soglia dei due anni. Inconcepibile per qualsiasi Stato di diritto. L’ennesimo rinvio indiano ha fatto (finalmente) infuriare le autorità italiane per il metodo giudiziario e per una questione di principio. Ma noi vogliamo andare anche oltre. Dimostrare che non ci sono assolutamente le prove della colpevolezza dei due marò. E forse il nodo è proprio questo. A New Delhi non sanno più come uscirne e intanto due militari italiani sotto praticamente sequestrati senza un’accusa. Le ricostruzioni.

477427bfa749bab7d549350791b7382b_MTra le 16 e le 16.30 – ora indiana – la Enrica Lexie è avvicinata da un’imbarcazione sospetta. Non ricevendo risposta a segnalazioni luminose e acustiche, il team dei fucilieri di marina a bordo spara dei colpi in acqua, mentre l’equipaggio viene fatto riparare nei locali blindati della cosiddetta “cittadella”. L’imbarcazione sospetta cambia rotta e si allontana. Nella circostanza il comandante Vitelli lancia l’allarme SSAS Alert, che avvisa in tempo reale, tra gli altri, anche la Guardia Costiera indiana.

Alle 19.16 il comandante Vitelli invia una mail riferendo l’accaduto allo MSCHOA del Corno d’Africa e all’UKMTO (UK Maritime Trade Operations). La Guardia Costiera indiana riceve copia della mail. Alle 23.20 il peschereccio St Anthony rientra nel porto di Neendankara. A bordo di sono due pescatori uccisi da colpi d’arma da fuoco. Il capitano e armatore Freddy Bosco dichiara alle televisioni che l’incidente di cui sono state vittime è avvenuto intorno alle 21.30. E conferma di aver allertato immediatamente, via radiotelefono la Guardia Costiera indiana.

Alle 21.36 la Guardia Costiera indiana si è messa per la prima volta in contatto con la Enrica Lexie, invitandola a rientrare a Kochi . Con tutta evidenza ha avuto notizia da pochi minuti dei due morti, e ha collegato il fatto con la notizia dell’incidente della Lexie.

Alle 22.20 la nave greca Olympic Flair comunica all’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale) di aver subito un attacco da due imbarcazioni pirata, che desistono davanti all’allerta dell’equipaggio. Che non ha subito danni, specifica il messaggio. La Guardia Costiera indiana a questo punto ha sul tavolo tre fatti: un incidente avvenuto alle 16.30 – la Lexie – due pescatori uccisi alle 21.30, un altro incidente avvenuto prima delle 22.20. Ma ha anche a disposizione la Lexie che sta rientrando a Kochi, mentre la nave greca è ben lontana. E si getta sulla prima pista, nonostante una differenza di cinque ore tra i due primi incidenti, e la sovrapposizione degli ultimi due (Attacco alle 21.30 secondo Bosco, allarme Olympic Flair 50 minuti dopo).

Se si sia trattato di errore in buona fede, di accanimento su un teorema investigativo, di presunti colpevoli offerti sul piatto d’argento, di speculazione politica alla vigilia di una campagna elettorale, non sta a noi dirlo qui. Quello che è certo è che l’inchiesta indiana ha peccato da subito di un’omissione di indagini. Ed è altrettanto certo che poi gli orari sono stati piegati a confermare il teorema. Non conosciamo gli atti delle prime indagini, né l’andamento delle indagini in corso da parte della NIA. Ma è probabile che entrambe contengano una ricostruzione dei fatti simile a quella apparsa sulla rivista ufficiale della Guardia Costiera indiana. Che sposta nel tempo (alle 18.25) l’attenzione sulla Lexie (che in realtà come abbiamo visto comunica l’avvenuto alle 19.16). Che dichiara l’avvistamento della Lexie da parte di un aereo della Guardia Costiera alle 19.50, e l’intercettazione del mercantile italiano da parte di una motovedetta alle 20.45. In realtà – lo confermano i documenti in nostro possesso – tale mobilitazione avviene solo dopo le 21.36, dopo aver avuto notizia della morte dei due pescatori. Una tale manipolazione dei dati getta una luce obliqua su molti altri punti dell’inchiesta, dalla perizie balistiche all’analisi dei tracciati radar.

Un’ipotesi che possiamo avanzare è che intorno alle 21.30, in condizioni di oscurità, il mercantile greco venga attaccato da un’imbarcazione pirata. Nei pressi, sfortunatamente, c’è il St Anthony. I greci scambiano le due imbarcazione come parti di un unico attacco pirata. Il St Anthony viene preso nel mezzo (ciò che spiegherebbe la singolar inclinazione dei colpi finiti sul peschereccio, conficcatisi con traiettoria non inclinata, come i colpi che si sparano da una grande petroliera verso un barchino, ma quasi orizzontali). Chi potrebbe aver sparato dall’Olympic Flair ? A fatica i greci hanno ammesso che a bordo c’era un team di una security ellenica, la Diaplous. Secondo fonti greche, un team senza armi. Improbabile, e se fossero stati armati, avrebbero avuto armi con calibro Nato.  Fonte 1

pescDall’11 maggio del 2012 il governo italiano è in possesso di una “Inchiesta sommaria” sull’incidente della Enrica Lexie che ha visto coinvolti i Marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Il rapporto dettagliato è dell’ammiraglio Alessandro Piroli, allora capo del terzo reparto della Marina, l’ufficiale più alto in grado inviato in India subito dopo l’incidente. Piroli elenca i fatti, le prove, le ipotesi note in quel momento sulla morte dei due pescatori. Un’inchiesta che non accusa, non contesta, ma elenca fatti o perlomeno versioni di fatti. E che riporta, nero su bianco, anche i risultati delle perizie balistiche indiane, secondo cui il calibro dei proiettili ritrovati nei corpi dei pescatori uccisi è il 5,56 Nato, e le armi che hanno sparato non sono quelle di Girone e Latorre, ma quelle di altri due marò che erano a bordo della Lexie. Sono le ore 12 quando “in acque internazionali, a circa 20 miglia dalla costa indiana, secondo quanto riportato dal giornale di bordo di Nave Lexie …. Latorre e il sergente Girone sono stati allertati per la scoperta al radar di una piccola imbarcazione…”. L’avvistamento avviene alle 11,55 (ora indiana 16,25), a sole 2,8 miglia dal mercantile, che fino al momento non si era accorto di nulla. L’equipaggio calcola che il battello sia in rotta di collisione con la petroliera. Quando il peschereccio è ad 800 metri dalla Lexie iniziano le prime segnalazioni luminose. “Latorre ed il sergente Girone si adoperano per effettuare segnalazioni luminose sicuramente visibili dall’esterno – si legge nel rapporto – e mostrano in maniera evidente le armi al di sopra del loro capo”. L’imbarcazione non cambia rotta e procede dritta contro la Enrica Lexie. Raggiungendo i 500 metri di distanza. Il dubbio, dichiareranno poi i due marò, per loro diventa una certezza: sono pirati. Anche il comandante Umberto Vitelli, ne è convinto. “Il comandante della nave attiva l’allarme generale, al quale sono combinati anche i segnali sonori antinebbia (sirene), avvisa via interfono l’equipaggio che si tratta di un attacco pirata”. E’ a quel punto che “Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua”. Il natante si avvicina ancora. Il sospetto che si tratti di pirati si fa ancora più concreto quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l’una dall’altra ed in continuo avvicinamento. A questo punto un evento decisivo: “Girone identifica otticamente tramite binocolo la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell’equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa ad effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili”. Non ci sono maggiori dettagli né sul tipo di armi che si è ritenuto di individuare, e neppure su cosa sia la “postura tesa ad effettuare l’abbordaggio”. Ma da quel momento in poi chiaramente il Nucleo militare è in massimo allarme. Il peschereccio non accenna a cambiare rotta. Anzi continua ad avvicinarsi fino a raggiungere una distanza di 100 metri, puntando al centro della nave. A quel punto i due marò riferiranno all’ammiraglio Piroli di aver sparato l’ultima raffica, ancora una volta in mare (non sui pescatori-pirati), quando soltanto 50 metri separano la petroliera dal St. Antony. Ed ecco che finalmente il peschereccio sfila verso il mare aperto.

Piroli però riporta poi il racconto dell’unico testimone del St. Anthony, Freddy, il proprietario. Il quale spiega alla polizia del Kerala “di essersi svegliato a seguito di un suono e di aver scoperto il timoniere (Jelestine) già deceduto. Nel mentre, transitava una nave la cui descrizione è coerente con quella della Lexie – riporta l’inchiesta – che apriva il fuoco contro la sua imbarcazione con il “continuous firing” da circa 200 metri di distanza provocando la morte di un secondo membro dell’equipaggio, Aiesh”. A bordo erano presenti 11 pescatori: tutti dormono dopo una notte di pesca, gli unici svegli sono quelli che moriranno, e forse lo stesso timoniere si era assopito. L’unico a testimoniare sarà il proprietario Freddy, svegliato dal suono delle sirene. Quindi la barca avrebbe avanzato senza essere governata fino ad andare in rotta di collisione con la petroliera italiana. Gli inquirenti, concludono: “E’ singolare che, pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione con una petroliera fino a meno di 100 metri, esponendosi ad enormi rischi per la navigazione (…) Tali evidenze hanno fatto valutare come una minaccia il comportamento del natante da parte del personale presente a bordo di E. Lexie”.  Fonte 2

071516509-0c6dd629-6b09-4776-b33a-38f9df62a7b2La vicenda dei marò italiani arrestati in India comincia a diventare seria. Non perchè i nostri militari abbiano qualcosa da farsi perdonare, ma perchè ormai è chiaro che la questione è squisitamente politica. Cioè: politica interna indiana. Sul piano tecnico-militare sarebbe facile da chiarire: sarebbe bastato chiedere al peschereccio colpito il nome dell’imbacarzione da cui sono partiti i colpi (ce n’erano quattro in quel momento nella rada di Kochi), poi fare l’autopsia dei poveri pescatori uccisi e quindi confrontare i risultati con le perizie balistiche. Di sicuro nelle stesse ore un’altra petroliera di nazionalità greca è stata attaccata dai pirati e dunque i pirati in zona c’erano eccome. Senza considerare che la “Enrica Lexie” navigava in acque internazionali e averla costretta a entrare in porto è stato un abuso. Ma tutto questo non conta. Conta invece che Sonia Ghandi sia la leader del Partito del Congresso e che in questo momento si sia scatenata la battaglia del BJP, il partito nazionalista che si oppone. Basterebbero due tweet provenienti dall’India per capire l’arcano: “la ragazza italiana saprà proteggere i mafiosi italiani” e “la nave italiana portava in Italia le tangenti del Congresso”. Autentiche scemenze (offensive) che però potrebbero costare care a Massimiliano e Salvatore. La risposta italiana a questo punto deve essere molto decisa. Diplomazia sì, ma a muso duro: non c’è trattativa. Riceviamo: “Quel pomeriggio di quel giorno alle 16.50 è stata inviata una segnalazione all’ ICC Commercial Crime service ….da parte di una nave al largo di Kochi …. dove dichiarava di aver subito un tentativo di attacco da parte di 20 pirati dislocati su due barche differenti ….. guarda caso i marò del San Marco dichiarano che la barca con i due indiani morti era diversa da quella che avevavo visto ….. nessuno ha parlato mai di questo … “ Fonte 3

India Ship FiringVa spiegato almeno, al di là delle opinioni, che quello indiano è un ricatto in piena regola. Cinque mesi dopo il nostro incidente, da una petroliera americana hanno ugualmente sparato contro un peschereccio uccidendo un pescatore e ferendone altri a raffiche di mitra. Sapete che è successo? L’ambasciatrice statunitense a New Delhi, Nancy Powell, ha telefonato al segretario indiano agli Esteri Ranjan Mathan per porgere le sue condoglianze ed esprimere il rammarico per l’accaduto ma fonti militari americane hanno ribadito di aver fatto fuoco sul peschereccio dopo aver lanciato diversi avvertimenti in base alla procedura prevista in questi casi. Misure di sicurezza che nelle acque del Golfo (dov’è successo) non sono da mettere in relazione solo alla minaccia dei pirati ma al rischio di attacchi suicidi condotti dai barchini dei pasdaran iraniani che adottano la strategia dello “sciame navale” mobilitando un gran numero di piccole imbarcazioni all’apparenza civili e inoffensive contro le navi da guerra statunitensi. Ma non solo. Adesso viene fuori la notizia di un altro incidente mortale. E c’entra stavolta la Germania. Due marittimi tedeschi sono stati infatti arrestati nei giorni scorsi dopo che un loro mercantile avrebbe speronato un peschereccio indiano al largo della città di Chennai, sulla costa orientale, provocando la morte di almeno un pescatore, altri due sono rimasti feriti. La polizia indiana ha accusato il capitano e il primo ufficiale della “Grietje”, nave di una società armatrice di Amburgo, di omicidio colposo e di omesso soccorso aver proseguito la navigazione dopo la collisione. I due sono stati in seguito liberati dietro cauzione ma gli sono stati sequestrati i passaporti e non possono lasciare il porto di Chennai. I due ufficiali tedeschi sostengono che non c’è stato alcuno scontro con la loro nave, come confermerebbero i primi rilievi sullo scafo effettuati dalla polizia che non ha trovato tracce della collisione. Vien da chiedersi a questo punto come sia possibile questa frequenza di incidenti con i pescherecci indiani. Ad essere generosi, si può sostenere che quantomeno non conoscono il codice della navigazione.

Per tornare agli italiani, anche la “Enrica Lexie” fu avvicinata troppo da un peschereccio in acque notoriamente infestate dai pirati che spesso usano le piccole imbarcazioni per abbordare: i fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone hanno dichiarato di aver sparato otto colpi di avvertimento con un’arma leggera. Ma chissà a quale processo vanno incontro visto che tutte le prove sono state cancellate dagli indiani. Il peschereccio è stato affondato, nonostante il risarcimento offerto dall’armatore, spariti i risultati delle autopsie e soprattutto le perizie balistiche (vi risparmio i particolari tecnici). Come si fa a stabilire dunque che sono stati loro a uccidere? Senza considerare l’aspetto più importante: che l’incidente è avvenuto in acque internazionali e che l’equipaggio è stato fatto scendere a terra con l’inganno. Inoltre, come è noto,  gli indiani hanno forzato il ritorno dei marò con una presa di posizione vergognosa, togliendo l’immunità al nostro ambasciatore, contro tutte le regole diplomatiche. Una vicenda insomma molto sporca che il nostro atteggiamento ha fatto diventare addirittura una farsa. Fonte 4

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