New York, 11 settembre

settembre 2001

New York, settembre 2001 – Arrivo di notte, dopo un lungo viaggio attraverso Detroit. E’ il primo aereo in assoluto, due giorni dopo il disastro, che atterra in questa “grande mela” ferita e frastornata. Trovo una citta’ ancora gelata dal dolore. L’aspetto piu’ agghiacciante e’ il silenzio. Si prega anche senza parole, semplicemente stando insieme, come in Union Square, proprio a ridosso dell’apocalisse. Vado sulla prima avenue, al Bellevue hospital, dove arrivano i feriti, diventato il punto d’incontro spontaneo di chi cerca qualcuno. Cartoline, biglietti, foto, fiori: hanno costruito quello che chiamano ormai il muro della preghiera che in realta’ e’ un grande, angosciante monumento alla speranza infinita, purtroppo spesso l’illusione di ritrovare ancora in vita i propri cari. Tanti nomi italiani alla parete del pianto: Rossetti, D’Antonio, Di Leo, Caggiano, Tipaldi, La Martira, Ulissa Micciulli che cerca la cugina Deanna Galante. Centinaia di nomi italiani. Ma non e’ semplice cercare, ne’ capire in una metropoli dove di italiani d’origine ce n’e’ almeno mezzo milione. La madre di Michelle Scarpetta, 26 anni, chiede aiuto: “Lei stava al 95 piano, qualcuno l’ha vista?” E chi ha visto un’altra ragazza, Giovanna Gambale detta Gennie? “Lei stava piu’ su, al piano nmero 105”. La speranza. Tra fiaccole e lacrime anche balli, di una forza struggente contro tutte le violenze…. Ma soprattutto canti: disperati, che invocano la pace. Si prega per chi non c’e’ piu’ ma soprattutto per chi resta. Per il futuro del mondo.

Nessuno va a dormire. Il fumo, denso, angosciante, forse avvelenato, che sale dai grattacieli sventrati da’ il senso di una tragedia che purtroppo ancora non e’ finita. Vado a vedere il cratere dell’apocalisse, quel pezzo di New York che manchera’ per sempre. Si continua a scavare, fra le macerie, senza un attimo di sosta. Il sindaco Giuliani ha chiesto di far presto, perche’ la vita non puo’ ricominciare se prima non si cancellano almeno le rovine. Le squadre di soccorso dopo soli tre giorni sono gia’ scese sotto il livello stradale fino alla linea della metropolitana. Il lavoro e’ difficile e faticoso. Ci sono qualcosa come 450 mila tonnellate di macerie ammucchiate la’ dove fino a martedi’ c’erano le torri gemelle. I vigili del fuoco sono esausti, ma vanno avanti. Anche la comunita’ italiana e’ in lutto. Malberry street, uno dei luoghi piu’ frequentati della grande mela, adesso e’ deserta. In questi giorni si doveva celebrare, come ogni anno, San Gennaro. Ma e’ stato tutto rinviato. Certo non e’ il momento di far festa.

E’ passata una settimana. C’era il sole anche martedi’ scorso. Sembrava l’inizio di una giornata bellissima e invece all’improvviso si e’ scatenato l’inferno, il buio, alle 8,45 di mattina. Vado a Brooklyn. Mi dicono dove erano le due torri gemelle, si’ erano li’, proprio dove adesso c’e’ il vuoto. Al panorama fantastico mancheranno per sempre i grattacieli piu’ alti e forse piu’ belli. C’e’ tanta gente, a pregare. E a raccontare, ancora stordita. “Io stavo qui, ho visto tutto, anche il primo aereo. Terribile. Ma questo grande dolore e’ riuscito ad unirci”. “Da quando sono nato vengo qui con il cane. Io ancora non ci credo. Ancora spero che sia stato un film”. “Certo anch’io da allora non vedo un sacco di gente, amici. Forse sono morti ma ancora spero che ritornino”. “Le torri mi mancano ma non voglio che siano ricostruite. Voglio un mausoleo, per non dimenticare”. Lacrime, rabbia e rovine mentre dall’altra parte a Manhattan dentro il grande cratere si continua a scavare, anche con le mani, centimetro per centimetro come ci racconta un pompiere. Ma ci vorra’ ancora molto tempo per cancellare almeno i segni del disastro.

Prima di ripartire, un mese dopo, per l’Italia decido per tre giorni di andare a Boston, da dove sono partiti i due aerei carichi dell’odio dei terroristi che poi hanno frantumato le torri gemelle. Mi sono meravigliato di due aspetti che forse spiegano l’apocalisse. Primo: l’aeroporto Logan e’ ancora un colabrodo. Secondo: ho trovato tracce pesanti di Bin Laden dappertutto. Sono stato nella strada dove viveva la madre (la strada e’ tutta sua) e nel palazzo dove abitavano due fratelli. Per capirci: il nemico gli Stati Uniti l’hanno sempre avuto in casa senza saperlo. Oppure lo sapevano. Ed e’ – un anno dopo – ancora l’interrogativo piu’ inquietante.

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