La droga a Mosca

2001

Mosca, luglio 2001 – Anche in Russia, come nel mondo, tutto e’ cominciato dalla droga. Un pacchetto di erba qui costa piu’ o meno cinquemila lire. Pochissimo. Significa che e’ sin troppo facile esportare. L’eroina sintetica e altri allucinogeni prodotti nei laboratori di Mosca costano, ad esempio, almeno dieci volte meno rispetto alla media europea. E l’hashish coltivato in Kazakistan ha un prezzo inferiore di cento, persino centocinquanta volte dei mercati occidentali. Mi dice un poliziotto della squadra antidroga: “Per tanti anni si e’ taciuto sul problema degli stupefacenti. Adesso finalmente si puo’ parlare e le cifre fanno spavento. I drogati in Russia sono ormai otto milioni. E il 74 per cento sono ragazzi sotto i trent’anni“. In altre parole, la Russia in un paio d’anni sta coprendo d’un balzo la strada percorsa dall’Occidente in decenni, con lo sviluppo di un narcoimpero tale da costituire una minaccia all’intera comunita’ mondiale. C’e’ chi ha detto che nei narcotici dell’ex Unione Sovietica ci puo’ affogare tutta l’Europa. I narcomafiosi russi hanno gia’ costruito ponti solidi di comunicazione con Germania, Austria, Giappone e Scandinavia. Il capo dei capi, secondo gli inquirenti, e’ Rafi Svo, il barone rosso. Per lui, dicono, lavora la mafia italiana. Con un compito preciso: riciclare dollari sporchi. Incontro Vitalij Anikin, uno dei primi poliziotti russi a occuparsi di lotta alla droga. Era un capitano. Adesso non sta piu’ nella polizia. Guadagna molto di piu’ facendo il guardiano notturno in uno stabilimento. Ma ha lasciato non solo per soldi. La sua denuncia e’ inquietante: “Ricordo che Breznev diceva che solo una fantasia malata poteva pensare che nell’impero sovietico ci si drogasse. Nell’88 mi offrirono molti soldi, 200 mila rubli l’anno, per non vedere, per non indagare“. Anikin era un bravo poliziotto: nella sua rete finirono borseggiatori, lenoni, ladri, spacciatori. L’embrione della mafia. O forse era gia’ mafia.

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