In Kuwait dopo l’invasione

1991
Kuwait, 1991 – Arrivo a Kuwait city di notte. Sono passati appena tre giorni dalla liberazione. E’ buio completo, rotto solo dalle fiamme degli spari della gente che festeggia per le strade. Mi dicono che si spara piu’ adesso di quando c’era la guerra. In compagnia dell’operatore Ceccarelli e del montatore Casini visitiamo tutti gli alberghi del centro per trovare ospitalita’. Niente, tutti chiusi, distrutti. Arriva un collega addetto al satellite (l’unica buona notizia: c’e’ un satellite Rai) e si offre di portarci in una pensioncina “li’ vicino”. Il piccolo viaggio e’ allucinante. Per fortuna a Dharhan c’eravamo comprati tutti una pila. E con la pila c’infiliamo nei vicoli della citta’ nera con la paura folle d’inciampare in una delle tante mine lasciate dagli irakeni. C’e’ un odore insopportabile. E il silenzio ci fa rimpiangere anche quegli spari cretini sul lungomare, ormai lontano. Arriviamo finalmente (quanto tempo e’ passato?) all’Hala House. Una volta -ci dicono- era un posto decente. Ma dopo il soggiorno, proprio li’, dei sottufficiali di Saddam e’ un posto lercio, puzzolente, disastrato. Hanno strappato anche la moquette, prima di andarsene, e c’e’ sangue in cucina. Said, un egiziano, ci chiede una cifra che sarebbe inaudita anche per un albergo a cinque stelle. Ma non abbiamo scelta. La solita pila ci aiuta a trovare il letto. Le lenzuola sono piene di capelli. Il buio, stavolta, ci aiuta dandoci il coraggio di sdraiarci. Vestiti. Cosi’ passiamo la prima notte kuwaitiana. Riusciamo ad addormentarci pensando che il giorno dopo, con la luce, l’inferno sara’ meno infernale.
Invece quando ci svegliamo, la mattina dopo, e’ ancora buio. Guardiamo l’orologio: sono le undici. Guardiamo fuori: la notte non e’ finita. Com’e’ possibile? Ripensiamo a una profezia di Oriana Fallaci, prima di lasciare l’Arabia Saudita. “Vedrai – mi aveva avvertito con quel suo tono scontroso – in Kuwait avrai un solo incubo, quello della nuvola nera. Respirerai fumo denso di gas, ti bruceranno gli occhi, ti si impastera’ la lingua, sentirai i polmoni soffocare. La nuvola nera non e’ solo un disagio. E’ la paura di quel petrolio che viaggia nell’aria e che ti arriva dentro. Chissa’ domani”. Dannata nuvola nera. L’angoscia nasce dal fumo dei pozzi che bruciano, l’ultima infamia degli uomini di Saddam prima di lasciare precipitosamente il Paese.
Esco di corsa con l’operatore. Andiamo sul lungomare. La sola luce di tutta la citta’ e’ l’insegna del “Kuwait international” l’unico albergo (e’ gestito dal governo) che possiede un generatore. Il sole e’ pallido, s’intravvede appena. Prendo il microfono, mi piazzo davanti a quell’unica scritta. Dico semplicemente: “Qui a Kuwait city sono le undici di mattina. Quello che vedete alle mie spalle e’ il sole”. In tutto parlo appena cinquantasette secondi, emozionato e a braccio: forse e’ il piu’ bel servizio delle decine che ho realizzato nei quaranta giorni di permanenza nel Golfo.
Passano altri giorni, tanti giorni al buio e nel rancore. Nei quartieri palestinesi non si spara per festa. Ad Hawalli si da’ la caccia ai “collaborazionisti”. A Jabrill entriamo nel covo di Abu Nidal. L’odio e’ concreto, palpabile. Kuwait city e’ una citta’ infida e fantasma. Quando non corriamo nel deserto fino in Iraq, a ridosso di Bassora, a sentire profughi e prigionieri irakeni scoprendo cosi’ anche la violenza kuwaitiana, passiamo il tempo cercando secchi d’acqua almeno per lavarsi o “razioni kappa” dagli americani per non morire di fame. Oppure entriamo nei negozi disastrati nell’improbabile e un po’ patetica ricerca di qualche souvenir. Oppure nei bunker sulla spiaggia dove gli irakeni sono scappati cosi’ in fretta da abbandonare il colpo in canna e le scatolette di carne aperte.
Un giorno, dopo tutti questi giorni difficili e squallidi, andiamo ad Ahmadi, cinquanta chilometri a sud della capitale, dove nasce la nuvola nera. I pozzi che bruciano sono ancora centinaia. Il calore di questo gigantesco rogo e’ quasi insopportabile. Piove petrolio. Rischiamo l’intossicazione, seguendo i “Fire fighters”, i guerrieri (texani) del fuoco, che tentano d’inventarsi un modo di porre fine alla catastrofe. Tutto e’ morte, la vita e’ sparita dentro laghetti di petrolio, cupi e densi: ce ne sono decine ad Ahmadi. Questa terra cosi’ straordinariamente ricca si e’ trasformata nell’incubo del mondo. Almeno fin quando non saranno spenti gli ultimi fuochi. Insciallah.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...