Il sesto continente

2000
La Terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu’ di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio. Fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo -pensate- addirittura trenta miliardi di persone. Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. Gia’ adesso a fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono 64 persone in lista d’attesa nella sola fascia dell’Africa mediterranea. Un movimento di dimensioni bibliche, un’autentica marea nera, e c’e’ chi parla addirittura di un “sesto continente” che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati. “La societa’ di domani – dice il sociologo Franco Ferrarotti – sara’ multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e’ diventato unitario e che l’umanita’ e’ toccata nello stesso momento da tutto cio’ che accade”. Il mondo tuttavia probabilmente non e’ ancora pronto a questa idea di universalita’. Ecco perche’ avvengono episodi vergognosi come il pestaggio di un extracomunitario su un autobus a Ostia o il linciaggio di un nero sulla spiaggia sarda. Oppure come la storia di una giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco. Quell’autobus e’ una metafora: la Terra somiglia sempre piu’ a quell’autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c’e’ la paura che gli altri ci tolgano spazio. Ed ecco dunque  il nuovo razzismo, non piu’ ideologico, legato al colore della pelle, ma legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Assistiamo anche in questi giorni a spostamenti di profughi da tutte le parti del mondo in crisi. Li ritroviamo dappertutto, anche sotto le nostre case. Li chiamano “i nuovi dannati”. Forse dovremmo sforzarci di capire il loro dramma, pur nella consapevolezza che questo flusso va gestito e che vanno distinti gli immigrati “buoni” da quelli “cattivi”. Servono senza dubbio regole ma resta di fondo un problema pratico, oltre che morale: di quegli otto miliardi e mezzo di persone che saremo fra vent’anni sul pianeta, solo un miliardo e mezzo apparterranno al cosidetto mondo civilizzato, tutti gli altri arrivano dai Paesi in via di sviluppo. Come non tenerne conto, pensando soprattutto che il trenta per cento di “noi” sara’ vecchio, fuori dell’eta’ produttiva? Bisogna insomma abituarsi all’idea di vivere insieme. Non e’ difficile. Mi diceva una volta un giovane ingegnere della Costa d’Avorio: “Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d’ora in poi di vedere solo cio’ che ci unisce”. 

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