Il sequestro Farouk

1992

Orgosolo, luglio 1992 – L’appuntamento e’ all’aeroporto Costa Smeralda di Olbia. Giovedi’ 2 luglio, ore undici di sera. Soltanto quattro persone in Italia sanno che Graziano Mesina sta tornando in Sardegna. La sorella Peppa, il cognato, il giudice di sorveglianza di Asti e Mario Zappadu, un popolare giornalista sardo. Il motivo ufficiale del ritorno di “Grazianeddu” sull’isola e’ il matrimonio di una nipote. Ma che domenica ci sara’ anche lo zio famoso non lo sa ancora neppure lei. Mario Zappadu ha ottant’anni, naturalmente da tempo e’ in pensione, ma per la Rai ha seguito da vicino per decenni tutta la storia del banditismo sardo: si racconta che sia diventato amico di Mesina quando il “re del Supramonte” era latitante. Mario ormai e’ anche amico mio. E cosi’ mi avverte: “Stasera alle undici arriva: stai pronto”. Sto pronto insieme all’operatore Claudio Speranza. Ci nascondiamo nella nostra auto, la telecamera sparisce dietro le tendine posteriori, resta allo scoperto solo l’obiettivo. Ci piazziamo esattamente davanti alla mitica “125” di Zappadu. Al volante c’e’ il figlio Antonello, eccellente fotoreporter, che in seguito svolgera’ un ruolo decisivo nella vicenda. Posteggia l’auto sotto un lampione per regalarci un po’ di luce. Con Antonello comincia la nostra complicita’, come chiamarla?, cellulare: insomma il legame stretto tra i nostri telefonini. Un gioco, anche questo, che risultera’ determinante. Antonello mette in memoria il mio numero. “Quando Graziano sta per uscire dall’aeroporto, schiaccio l’invio e sei avvertito”.

In extremis si e’ aggiunto Ugo Cubeddu del “Messaggero”. E’ sardo, e’ serio ed e’ -con noi- uno dei pochi disgraziati costretti ormai da due settimane a seguire un rapimento che sembra infinito. Gli altri inviati sono partiti tutti. Sono sincero: volevo partire anch’io ma Vespa, il mio direttore, non ne ha voluto neppure sentir parlare.

L’aereo della “Meridiana” arriva da Torino alle ventitre’ e quaranta, con un quarto d’ora di ritardo. Lo vediamo atterrare. Dopo dieci minuti squilla il telefonino. Appena il tempo di attaccare la telecamera e dalla sala arrivi sbuca “Grazianeddu”. E’ piu’ basso di quanto pensassi ma molto robusto, si vede che e’ in forma. Cammina fra Mario e Antonello Zappadu. Antonello e’ del mestiere ed evita di “impallare” Mesina, sempre alla portata dell’obiettivo di Speranza. Quelle immagini non sono mai andate in onda. Quelle immagini mai trasmesse credo siano la prova piu’ eloquente del nostro impegno. La sera del 2 luglio, una settimana prima della liberazione, il Tg1 sapeva che Graziano Mesina era tornato in Sardegna. Ma non l’ha mai detto.

 

Il mio primo rapporto con Mesina dunque e’ stato clandestino. Un non-incontro. Mi era gia’ capitato altre due volte. La prima, l’anno precedente, durante il sequestro Scanu. Dovevo fare un reportage sul banditisimo sardo e Mario Zappadu, che conobbi in quell’occasione, mi porto’ a Orgosolo, la capitale del silenzio, il regno dell’omerta’. Riuscii in un’impresa non facile: entrare a casa Mesina. Trovai la sorella Peppa, sempre piena di premure con tutti, e la madre di Graziano, che a 97 anni tutti chiamano ancora “zia” Caterina. La sorella mi annuncio’ in anteprima che era stata chiesta la grazia per il fratello. Con la vecchia madre realizzai un’intervista bellissima. Lei comincio’: “Il mio Grazianeddu? E’ sempre stato un bravo ragazzo, il piu’ bravo di tutti”. Emozionante “zia” Caterina: cosi’ nera, cosi’ sarda, cosi’ tenera, davanti al fuoco del camino, con tutto il peso di una grande e antica cultura. Due occhi accesi che facevano concorrenza alle fiamme: bellissima, a dispetto dei quasi cent’anni. Un miracolo.

La seconda volta, avevo un collegamento in diretta dall’interno del supercarcere di Novara. In qualche cella alle mie spalle e’ rinchiuso Mesina e naturalmente cerco di contattarlo. Diniego assoluto. Vengono ospiti invece in diretta due detenuti. Arrivano, tranquilli, con in mano un documento sulle condizioni carcerarie. Duro, durissimo. Gli dico: non si può, troppo duro. Replicano, con sicurezza: “Aspetta, torniamo subito”. Una delle guardie mi spiega”: “Vanno da Mesina. E’ lui che comanda qui dentro”..

 

Venerdi’ 3 luglio voglio assolutamente fare un pezzo per la sera. La nostra e’ gia’ una vita da zingari, stare addirittura inattivi e’ terribile. Non volevo ripetere la vicenda Casella: trentadue giorni in attesa, solo in attesa. Allora: la notizia di Mesina non si puo’ dare, notizie sulle indagini per carita’, l’uomo-chiave (don Luigino Monni) gia’ intervistato. Mi resta da girare la Barbagia, un’inchiestina sulle roccaforti dell’Antistato. Sono almeno quattro: la prima naturalmente e’ Orgosolo. Ma sul paese di Mesina avevo gia’ fatto un pezzo la domenica precedente, quella dei “teli della vergogna”. Ce n’erano una cinquantina alle finestre. Don Sebastiano Sanguinetti, il parroco, quello che a Pasqua ha raccolto la preghiera di Marion Kassam, ha parlato di rivolta delle coscienze. Un lenzuolo contro i sequestri c’era finanche alla finestra al pianterreno di casa Mesina. Era stata Peppa a metterlo. Quando l’ha saputo Graziano si e’ indispettito: “Ma mia sorella dimentica chi sono stato?”.

 

Chiedo ad Antonello qual’e’ il posto piu’ duro della Barbagia. Replica pronto: “Orune. Li’ hanno il pelo sul cuore”. Mi racconta un episodio cosi’ incredibile che sembra falso. Un giovane carabiniere ferma un ragazzotto, gli chiede i documenti. Quello il giorno dopo va a trovare il carabiniere e gli spara in testa. Al processo spiega con un filo di voce tagliente: “Mi ha chiesto i documenti”. Cioe’: mancanza di rispetto. Autentica, e’ agli atti.

Il nostro viaggio comincia dunque da Orune, un paese letteralmente impenetrabile. Fra le cose che scopriamo una e’ terribile. Siamo insieme ai carabinieri. Su un muro, lungo la strada che porta al cimitero, con lo spray e’ scritto un messaggio macabro, sgrammaticato e perentorio diretto al padre di Farouk: “Fate’ Kassam ora pagare basta devi, se no morte paga”. Firmato: MAS, movimento armato sardo. Agghiacciante un disegno accanto alla scritta: ritrae un bambino con il sangue che scende da entrambe le orecchie. Tutte e due! Per giorni ci siamo portati dentro questa angoscia.

Il giorno dopo, sabato 4, andiamo a Mamoiada. La domenica e’ il giorno giusto per conoscere Mesina. C’e’ il matrimonio della nipote. Il padre e’ morto e zio Graziano la porta all’altare. Il fotografo di nozze e’ Antonello. Facciamo un giro per Pratobello per vedere dove andranno i soldati, ci abbuffiamo di porceddu ai “Monti del Gennargentu”, poi scendiamo a Orgosolo. Quando Antonello bussa a casa Mesina esce proprio Graziano. Ci vede e si allarma. Fra sardi basta uno sguardo: amici. Superiamo l’esame: “Entrate a prendere un caffe'”. Rivediamo la signora Peppa, il marito, tanti altri parenti, tutta la famiglia Mesina. Non c’e’ neppure il tempo di scambiare qualche frase compiuta perche’ c’e’ la sfilata degli auguri. Graziano ci chiede scusa, e’ ora di andare a prendere la sposa. Il matrimonio si celebra a Galanoli, nella chiesa di don Luigino Monni, il prete che recupero’ la busta con la cartilagine di Farouk: la recupero’ al bivio per Dorgali, non lontano da dove poi e’ stato rilasciato il bambino. Le nozze sono celebrate da don Sebastiano Sanguinetti, parroco di Orgosolo e cugino del sindaco. Due preti e un posto che ricorrono, piu’ volte, in questa storia. In Sardegna niente avviene per caso.

 

Lunedi’ e martedi’ torniamo in Barbagia. Guardiamo, sentiamo, soprattutto studiamo. Impressioni: da queste parti sono importanti le impressioni. Abbiamo la netta sensazione di essere arrivati comunque alla fine del tunnel. Le voci sono drammatiche. Dicono che i banditi non si fidano di nessuno, hanno paura di essere fregati, e se arriva la polizia? Il problema a questo punto non sono tanto i soldi quanto le modalita’ del rilascio. I banditi si accontentano anche di meno ma prima vogliono i soldi e poi lasceranno il bambino, dopo qualche giorno. Dall’altra parte no: il cambio dev’essere contestuale, bisogna essere sicuri che il bambino stia bene. Si mette male. Per fortuna la banda pare spaccata: c’e’ chi non si fida, ma anche per fortuna chi ancora si fida.

 

 

A questo punto bisogna dire perche’: cioe’ perche’ Mesina lo ha fatto. “Perche’ una persona a cui voglio molto bene me lo ha chiesto”. Per pudore non lo ammette ma la persona e’ la famosa “zia Caterina”, ossia la vecchia madre. Quando Marion Kassam ando’ a Orgosolo, disse: “Questa donna ha gia’ sofferto troppo. Non deve soffrire piu'”. Poi c’e’ l’amore di Graziano per i bambini. Ce lo racconta il giorno dopo, mercoledi’ 8, il giorno veramente decisivo nella storia della liberazione di Farouk.

Alle due del pomeriggio, Graziano Mesina sparisce. Non tira un filo d’aria e si scoppia di caldo. Siamo gia’ a casa sua e ci lascia li’ con la sorella e il cognato (la madre ora vive nella casa di un altro figlio). Quando torna, un certo tempo dopo, e’ un po’ scosso. Non ce lo dira’ mai ma veniamo a sapere che quel giorno si e’ preso a pugni con i banditi. Forse qualcuno gli ha urlato in faccia di non fidarsi, forse hanno discusso sulle garanzie, certo e’ che sono venuti alle mani.

Graziano si siede con noi. Le mani. All’anulare sinistro ha un anello enorme, dannatamente kitsch. Un po’ per curiosita’, un po’ per spezzare l’aria pesante, gli chiedo dell’anello. “Costa un sacco di soldi -spiega- uno vedi e’ un cobra. Gli occhi sono di rubino”. Poi apre l’inseparabile borsello, tira fuori altri due anelli: uno ha la forma di una pantera, l’altro di Cleopatra. Non mi piacciono molto, ma dico compiacente: splendidi. Sorride: “Quando Farouk sara’ libero li regalero’ ai Kassam. Il cobra al padre, Cleopatra naturalmente alla madre e la pantera a Farouk”. Hanno gia’ scritto che questi tre anelli sono serviti a Graziano per riconoscere i rapitori, nonostante il cappuccio, perche’ li ha usati come sigilli. In realta’ Graziano ha usato un solo anello, il cobra.

Dopo gli anelli, ha parlato dei bambini. Trent’anni di carcere, di cui “sedici nei sotterranei”, cioe’ in isolamento, mancanza d’amore, la voglia di figli, di una famiglia. Parole dette con gli occhi. Graziano si scioglie. Parla finalmente anche con la bocca. Si fida di noi. E di cose ne racconta tante: delle evasioni soprattutto. Scrivo a memoria perche’ con lui guai ad usare taccuini: ogni intervista gli ricorda un interrogatorio e poi i giornalisti, dice, sono piu’ curiosi dei poliziotti. “Sai perche’ sono diventato il re delle evasioni? Per colpa dello Stato. Io non ho studiato e in carcere volevo studiare. Mi hanno detto: tu sei troppo intelligente, se studi diventi pericoloso. Per non impazzire cominciai a passare le ore e i giorni e gli anni studiando il modo di uscire”.

I bambini. Marcellino Petretto ha piu’ di trent’anni ma ancora lo chiamano Marcellino. In quei giorni ha ricordato a un collega che Mesina lo rapi’ quando aveva piu’ o meno l’eta’ di Farouk. “Mi lascio’ dopo cinque ore con mille lire, per le caramelle”. Stuzzichiamo Graziano e per la prima volta svela che di quei 65 milioni per l’intervista famosa in latitanza concessa alla “Domenica del Corriere” non prese una lira perche’ la somma era destinata a un bambino poliomelitico.

 

Le 16,30. Graziano: “Scusate se vi rubo Antonello. Antonello prendi il telefonino”. Vanno nell’altra stanza. In camera da pranzo, con la sorella, restiamo in tre: Mario Zappadu, Claudio Speranza e chi scrive. Sentiamo urlare. Graziano urla per quarantuno minuti esatti. Quando tornano e’ nero, nerissimo. Mesina si allontana e Antonello mi confida: “Parlava con Orecchioni, l’emissario della famiglia Kassam. Ho le prove: sul telefonino, vedi, e’ rimasto memorizzato il numero”. Il numero di quel telefonino appartiene a Marion Kassam. La madre di Farouk.

– Ma cosa dicevano?

“Graziano insisteva: non avete ancora capito che se non pagate lo ammazzano, quelli non sentono altra ragione che i soldi, da sette miliardi li ho convinti a scendere a uno, ma almeno quello dovete trovarlo”.

– Non hanno neppure un miliardo?

“No, ho sentito che arrivano a 650 milioni, meno di quello che avevano dieci giorni fa”.

– Come sono rimasti?

“Di risentirsi fra tre ore”.

Passiamo le tre ore a spasso per Orgosolo. Graziano esce con noi. La gente del posto lo circonda, i turisti gli chiedono autografi. Graziano ci ride su: “Mi dovrebbero fare sindaco. Tutta questa gente sta qui per me, perche’ Orgosolo e’ il paese del bandito Mesina”.

Alle 19,30 Graziano fa un cenno ad Antonello: e’ ora di richiamare. Torniamo in casa. Stavolta la comunicazione dura tre minuti in tutto. Graziano attacca, e’ rosso in viso. “Niente cena, ragazzi. Aspettatemi qui, avrete una sorpresa. Anzi, no qui, andate in un posto qualsiasi di Orgosolo. Vi chiamo io, quando e’ ora”. Antonello e’ disperato: ha le batterie del telefonino scariche. Allora Graziano chiede il mio numero. E scappa.

Facciamo un po’ di giri per Orgosolo. Alla fine ci fermiamo. Siamo su una Thema metallizzata, targata Roma. Rimpiangiamo di avere un’auto troppo vistosa. Cerchiamo di nasconderci nel buio, in piazza. All’improvviso sono attraversato da un lampo di terrore: oddio, forse gli ho dato lo “0337” come prefisso e invece questo e’ un cellulare della nuova serie e ha lo “0336”. Comincio a tremare. Scendo a fare la pipi’ almeno dieci volte in un’ora. Mi calmo un po’ quando penso che Graziano ha anche il numero di Antonello e un barlume di batteria ancora c’e’. Aspettiamo. E controlliamo le auto che passano. Almeno quattro ci controllano, passano troppe volte. Altre ci fanno il carosello intorno ma sono solo cretini che cercano di movimentare la serata. Sapremo due giorni dopo che i cretini volevano mandarci una scarica, insomma spararci: mica per uccidere, solo per spaventare, e ridere. Li ha frenati il nostro rapporto con Mesina, noto ormai a tutto il paese. E alla polizia.

Ogni squillo e’ un salto. Ma, niente non e’ Graziano. Sappiamo che deve firmare a mezzanotte dai carabinieri. A mezzanotte e un quarto metto in moto e vado a casa sua. Ci aspetta in finestra. Mi insulta perche’ il telefonino era sempre “occupato”. Dannazione, avevo davvero sbagliato prefisso.Mesina e’ rosso in viso, alterato.

– Comunque: che e’ successo?

“Niente -dice Mesina- proprio niente. E’ saltato tutto”.

– Perche?

“Erano d’accordo sul miliardo. Invece all’ultimo hanno preteso di piu’. Non posso dirti di piu’. Peccato. Ci riproveremo”.

Ho l’impressione netta che non ci dica tutta la verita’. Non si sono fidati di lui? O qualcun altro si e’ inserito? Forse un avvocato.

 

La liberazione. La notte di mercoledi’ dormiamo quattro ore. La notte successiva solo un’ora: in auto. Arriva una soffiata. Ci sara’ un blitz dei carabinieri ad Arzana. Inizio del blitz: ore 4.45, prima dell’alba. E’ da queste parti che dopo un conflitto a fuoco sono stati ritrovati un mese prima due scarponcini numero 32, forse di Farouk. Le cinque, le sei, le sette. Niente. I primi carabinieri li incontriamo al bar a prendere il caffe’. Telefoniamo a Graziano. Antonello gli deve dare delle foto e con la scusa vediamo come sta la situazione. Graziano gli dice di andare subito, in mattinata perche’ e’ importante.

Quando arriviamo a Orgosolo ci fa capire che e’ meglio stare insieme, dobbiamo parlare. Ci invita a pranzo. Siamo in molti. Mesina a questo punto ci annuncia chiaro e tondo che Farouk sara’ liberato in serata. “A meno che qualcosa o qualcuno non si metta in mezzo”.

– Quando?

“Tardi, credo non prima delle due di notte”.

– Perche’?

“Perche’ non e’ una cosa semplice”.

– Sicuro?

“E’ sicuro. Ormai e’ tutto a posto, siamo d’accordo su tutto”.

– Il bambino sta bene?

“Si’, si’ sta bene. E’ solo un po’ stanco. Chi l’ha visto mi ha garantito che sta bene. E poi quel tuo dubbio. Ha solo un orecchio tagliato, ma un pezzettino, proprio piccolo”.

– Dove sara’ liberato?

“Non da queste parti. Tornate in albergo, a Porto Cervo e aspettate. E stavolta datemi i telefoni giusti”.

Anche se siamo in coma per le due notti in bianco, capiamo subito che dice una bugia. Ma obbediamo. Nel viaggio di ritorno riusciamo a concretizzare: non ci vogliono fra i piedi, ne’ da una parte ne’ dall’altra. Se restiamo a Orgosolo non succede nulla. O qualcosa di storto. Andiamo via.

Arriviamo alle Ginestre alle sette di sera. Un’ora di sonno. Poi doccia e barba. Mi bussa Mauro Lodi Rizzini il capotecnico del pullman Rai. Vede che mi faccio la barba e capisce: “Per caso dobbiamo prepararsi a una diretta stanotte?”. Non apro bocca ma e’ come se rispondessi. Meglio, cosi’ e’ in allarme.

Poi telefono a Vespa e lo allarmo sul serio. “Caro direttore, ci siamo. Ma dovrebbe avvenire molto tardi”. Deve parlare con la Rete, ci risentiremo dopo. Nessun problema: possiamo intervenire in qualsiasi momento, lo studio e’ disponibile fino alle tre del mattino e poi nuovamente dalle sei. Sono gli orari giusti.

 

Andiamo a cena, tanto c’e’ il tempo. Antonello non stacca lo sguardo dal telefonino. L’accordo e’ che stasera Graziano chiamera’ lui. Le telefonate saranno quattro. La prima arriva alle 22,45. La terza e’ quella decisiva. Mesina annuncia che Farouk e’ libero ma ci chiede di aspettare un quarto d’ora prima di dare la notizia. Mentre Antonello avverte – mi dice – un magistrato, scendo come un folle con l’auto giu’ per i tornanti che dallo Spinnaker portano in albergo. Scendiamo come forsennati. Ugo ci fa: “calma, ci sono i colleghi”. Entriamo nella hall …fischiettando. Poi, appena girata la curva della piscina di corsa verso la stanza di Speranza. E’ l’unica che ha il televisore.

Claudio ha ancora la chiave sulla porta quando Mesina chiama di nuovo. “Tranquilli, il bambino e’ al sicuro. Libero. E’ rasato e l’orecchio e’ quello sinistro”.

–          Ma che vuol dire libero?

“Libero, rilasciato. E’ in mani sicure, non e’ piu’ in quelle dei banditi e adesso stara’ gia’ in mano alla polizia”.

Finalmente chiamo la redazione, poi lo studio. C’e’ Fabrizio Del Noce. Sono le 23,05. Dico “Farouk e’ libero” e da quel momento in poi non tremo piu’.

Dal telefono corro al pullman. Bravissimi: in un tempo record e’ possibile collegarsi con Pantogia. Da una settimana e’ pronta una radiocamera davanti a villa Kassam. La prende in consegna Alberto Calvi che avevo gia’ conosciuto in Kuwait, durante la guerra. Il satellite e’ pronto. Vado: in studio c’e’ Rocchi, piu’ tardi si aggiungera’ Giulio Borrelli. C’e’ una gran festa. A Pantogia salgono tutti. La gente comune, i sardi e i turisti. Mi ritrovo accanto Giampiero “bisteccone” Galeazzi e Andrea Barbato. Mi fanno i complimenti. Ci si abbraccia. Sembra che Farouk sia figlio di tutti noi, dopo mesi di attesa angosciante. Una grande festa. Poi le smentite. Avevo lasciato il collega Mario Guerrini a pranzo a Orgosolo e me lo ritrovo nello studio di Cagliari che legge una serie di comunicati che negano la liberazione. Smentiscono tutti: il ministro dell’Interno, Mancino, il capo della polizia Parisi, il pm Mura e i genitori. Al processo e’ stato poi dimostrato che Farouk era realmente gia’ libero, ma dalle 23 a mezzanotte e quaranta l’altalena e’ stata difficile, delicata, terribile. A mezzanotte mi dicono che la sorveglianza ha avvertito mamma Kassam che il bambino sta bene. Qualcuno giura di aver sentito un urlo. Antonello Zappadu continua a parlare al telefonino con Mesina, me lo passa: “Ti sto seguendo da un televisore portatile. Tranquillo, e’ in mani sicure, non mollare”.

Finalmente l’annuncio del Viminale. Ma fino alle 2,40 del mattino vado in onda, finche’ non arriva in villa l’auto con Farouk. Nessuno riesce a vederlo il bambino perche’ e’ nascosto da una coperta. Comunque, torna a casa e quindi la storia e’ chiusa, davvero. La fine di un incubo. Per tutti.

Vado a letto alle 5. E’ la terza notte in bianco. Non riesco a chiudere occhio. Alle 7 si ricomincia, con Unomattina. Si va avanti fino alla sera.

 

Rivedo Mesina il giorno dopo, domenica, a Olbia. Gli scade il permesso e deve ripartire. Pranziamo insieme a casa Zappadu. Non mi racconta granche’. Forse era con due uomini di fiducia, forse con uno, forse con nessuno, chi puo’ dirlo. Quei due uomini di fiducia erano preti: chi puo’ dirlo e chi puo’ negarlo? Certo quando Graziano mi ha detto “e’ libero, e’ al sicuro, i banditi sono lontani, adesso stara’ nelle mani della polizia” era certissimo. Prima di partire mi fa: “Se ti chiama il giudice, di’ pure che ti ho raccontato tutto io. Poi chiamera’ me e gli spieghero'”.

L’arrivo era stato clandestino. Per la partenza di Grazianeddu all’aeroporto c’e’ la grancassa.

 

Lo “scoop” del Tg1- Nonostante ci fossi dentro fino al collo, di tutta la vicenda onestamente credo di possedere solo frammenti di verita’. Intanto, sono sicuro che Farouk, secondo gli accordi presi da Mesina con i banditi, avrebbe dovuto essere rilasciato sabato sera, 11 luglio. Il rilascio e’ stato anticipato di ventiquattro ore per decisione di Mesina, preoccupato di un blitz delle forze dell’ordine e di un conflitto a fuoco che avrebbe potuto coinvolgere l’ostaggio. E non solo. Lo ha confidato lui stesso a un amico: “Poi magari mi mettevano un mitra in mano e dicevano che ero io il capo della banda”.

Ritengo che con Mesina nella fase conclusiva si siano mossi altri tre “emissari” tra i quali una persona molto nota a Orgosolo. Cos’e’ successo allora venerdi’ notte? Ormai e’noto, ricostruito anche dalla magistratura. Il bambino, intorno alle 23, e’ stato consegnato a una persona di assoluta fiducia che lo ha fatto salire su un’auto dove si trovavano altre due persone. Dopo un breve giro, gli emissari hanno raggiunto la parte sinistra del ponte sul fiume Cedrino, dove era in corso un pattugliamento: a quel punto, certi delle vicinanze delle forze dell’ordine, hanno lasciato il bambino, gia’ chiamato a gran voce dai poliziotti. Certi della liberazione, gli emissari hanno chiamato Mesina che mi ha avvertito. Ma e’ buio, la zona impervia, Farouk intimorito. Fatto sta che non lo trovano subito. Da questo “disguido” come l’ha definito pubblicamente l’allora potentissimo capo della polizia Parisi, e’ scaturita l’altalena di smentite seguita in diretta da milioni di italiani.

 

Il caso e’ stato clamoroso e ha fatto discutere a lungo. E’ stata dura ma ringrazio tutti quelli che non hanno dubitato di me. I colleghi del Tg1, dalla direzione ai conduttori, per la fiducia. Poi i maestri del giornalismo: sono loro che mi hanno “salvato” nel momento piu’ intricato, quello delle polemiche, a cominciare da Indro Montanelli che ha incondizionatamente sposato la mia tesi.

Ringrazio naturalmente soprattutto Graziano Mesina che mi ha dato la notizia. Mi hanno chiesto tutti perche’ mi sono fidato di lui. L’ho detto allora, a caldo, e lo ripeto dopo anni e una cognizione piu’ ampia della vicenda. Perche’ in un rapporto che si e’ consolidato nell’arco di dieci giorni ho avuto le prove che lui fosse al centro delle trattative o che comunque aveva un ruolo importante. Non credo, onestamente, di aver sbagliato. Non l’ho pensato allora, non lo penso soprattutto adesso. (Pino Scaccia “Sequestro di persona” Editori Riuniti, 2000) 

3 pensieri su “Il sequestro Farouk

  1. Pingback: Graziano Mesina, l’ultimo bandito | Il blog di Pino Scaccia

  2. Pingback: Graziano Mesina, l’ultimo bandito | La Torre di Babele

  3. Pingback: Capitolo secondo (1992) | Vita da inviato

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