I giorni del G8

Quella notte alla Diaz

Veleni e sangue. Lutti e rovine. Quel che resta del supervertice di Genova e’ sicuramente l’antivertice. Io che stavo li’ non ricordo una sola immagine degli otto “grandi” ma ricordo invece le gabbie, le sassate, gli spari, le ambulanze, le lacrime, la rabbia, la paura e la grande, inusitata violenza. Quando ancora si poteva girare per la citta’ senza il rischio di essere bastonati, sono andato in via del Campo e ho fatto una visita al “museo” di De Andre’, dov’e’ conservata la sua chitarra. Insieme a me sono entrati anche molti poliziotti che stavano facendo la guardia ai carrugi di una bellezza splendida e oscura. Il “guardiano del museo” ha commentato con una sola battuta: “Adesso Fabrizio avrebbe detto: belinate, solo belinate”.Quel che e’ successo nei giorni successivi non e’ stata una “belinata”. Ma una storia grave, pesante. Ho visto i neri trasformare la citta’ in un campo di battaglia, devastando tutti e tutto. E ho visto poliziotti picchiare come ossessi, spesso gratuitamente. Ho visto cose molto sporche. Stavo a due passi dalla piazzetta dove Mario, un carabiniere di vent’anni ha ucciso Carlo di ventitre’. Sono stato in mezzo al corteo di festa (fantastico: con suore e streghe) e sono stato accecato dai lacrimogeni. Sono stato la notte del blitz prima fuori, poi dentro la scuola Diaz. Quanto sangue! Eppure, vivendo dentro l’inferno, non so spiegarmi perche’ tutto cio’ e’ successo. So che i ragazzi che contestavano il vertice hanno ragione, ma so anche che non si puo’ usare quella violenza. So che la polizia deve difendere lo Stato, ma so anche che non puo’ essere piu’ violenta dei violentatori.

Sono stato il primo giornalista ad arrivare alla Diaz. Perchè sono stato chiamato: la telefonata è arrivata a mezzanotte, dopo una giornata terribile. Ho faticato a trovare la stradina della scuola e alla fine l’ho individuata seguando una lunga fila di ambulanze pronte a muoversi. Arrivato lì mi sono sentito in trappola fra un cordone di carabinieri e un altro di poliziotti. Ho riconosciuto tanti amici fra quelli che entravano a bastonare, conosciuti in Albania. Ricordo Agnoletto, poi Deaglio e poi Ricky Tognazzi che riprendeva tutto con una telecamerina. Ho sentito un dirigente del Viminale, a capo di una squadra investigativa quindi estraneo all’ordine di pubblico, che si è messo un casco in testa, ha preso un manganello ed è entrato anche lui nella scuola dicendo una cosa terribile: “Andremo in galera, ma finiamo quello che dobbiamo fare”. Il nome l’ho fatto a un magistrato. Intanto uscivano ragazzi feriti. E anche un sacco chiuso, rigonfio: abbiamo pensato tutti a un cadavere. Quando sono entrato anch’io sono salito fino al primo piano calpestando quelle scale sporche di sangue. E al primo piano ancora sangue fra i sacchi a pelo. Genova 2001 resta certamente nella storia ma è una storia piena di pagine. C’è quella per la strada, c’è quella di Giuliani, c’è quella di Bolzaneto e c’è quella della Diaz: forse la più brutta di tutte. 

“(…) Un giorno l’ho incontrato da vicino, al G8 di Genova. Era­vamo un gruppo di giornalisti e c’erano alcuni poliziotti molto agitati e aggressivi che ci dicevano che non potevamo stare lì, perché loro non volevano testimoni mentre menavano. Pino Scaccia li prese di petto e gli fece in un minuto una lezione su che cos’è la libertà di stampa. Glielo disse in termini molto semplici e secchi. Il capo fece i suoi conti e disse ai sottoposti di ritirarsi. Io pensai: che bravo, Pino Scaccia (…)”. Enrico Deaglio (dalla prefazione alla “Torre di Babele”) Citato in un’udienza del processo

Quei giorni a Genova da non dimenticare

Per capire la violenza di Genova bisogna ricordare quello che è successo prima

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