Chernobyl, viaggio nell’apocalisse

aprile 1991
Chernobyl in russo significa “le piante che crescono nella palude”. Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Adesso il nemico e’ piu’ infido perche’ invisibile. Il territorio e’ stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, puo’ arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioe’ al livello numero due. Al di la’, dove il tasso di radiazione e’ superiore di cinquanta volte a quello normale, e’ assolutamente proibito entrare. Riusciamo a passare. Ma bisogna lasciare l’auto e salire su un pullmino della stazione. E rispettare certe regole. Soprattutto non superare le cinque ore di permamenza. “Sarebbe molto pericoloso” ci dicono “perche’ la polvere radioattiva avrebbe il tempo di fermarsi“.  Il viaggio nell’apocalisse comincia da Kupovatoe, un villaggio dove alcuni vecchi contadini hanno deciso di tornare, sfidando la morte.  “Sono tornata perche’ era impossibile vivere dove ci avevano sistemato. Tre o quattro famiglie per casa. E non c’era il giardino. Pensare che ci hanno messo due giorni per evacuarci. Paura? No, non ho paura. Sono vecchia ormai“.  “Ciao,mi chiamo Olga. Sono felice perche’ e’ la prima volta in vita mia che vedo un italiano“.  “Nessuno mi viene a trovare, neppure i figli. Hanno paura. Ormai non mi resta che aspettare la morte, qui. Spero che arrivi presto“.  “Se ho paura di stare qui? No, perche’ la mia dose ormai l’ho presa, sara’ quel che sara’. Sono dei criminali. Ci hanno fatto stare qui due giorni prima di evacuarci. E’ gia’ un miracolo che non siamo morti subito”  Prima di andare via, ci offre i semi della sua campagna contaminata. Non abbiamo il coraggio di rifiutarli.  Quando arriviamo a Chernobyl la temperatura e’ scesa a meno dieci gradi. Si gela. La cittadina che ha dato il nome all’apocalisse non e’ deserta. Ci sono i tecnici e gli operai che ancora lavorano alla stazione. “Mi sento un po’ debole, nient’altro. Facciamo turni di quindici giorni poi scappiamo. Lo stipendio? Beh,e’ il doppio rispetto alla media. Io guadagno quasi mille rubli al mese“. Mille rubli, al cambio nero, oggi equivalgono a meno di dieci dollari. In lontananza, oltre un cimitero di mezzi militari c’era un altro villaggio: e’ stato raso al suolo e seppellito, come altri dodici nella zona. Cosi’ come un intero bosco. Tutto sotto terra. L’inferno si avvicina.  Entriamo a Pripyat , la citta’ fantasma. “Il partito di Lenin e’ la forza del popolo che porta al trionfo del comunismo” c’e’ scritto all’ingresso sul muro di un palazzo. La citta’ e’ proprio a ridosso della centrale. Qui abitavano cinquantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti finora sono stati cinquemila. E almeno il doppio sono destinati a morire entro breve tempo. L’atmosfera e’ allucinante. Tutto e’ come il 26 aprile dell’86. In un asilo il segno del tempo che si e’ fermato: i pannelli dell’ex Unione Sovietica. Quante cose sono cambiate in cinque anni. Nessun giornalista straniero era fino ad oggi entrato nella citta’ proibita. Valerj, il nostro “stalker”, il contatto con la zona, ci permette di filmare. Quando entriamo in un palazzo scopriamo perche’. “Questa era la mia casa. Eravamo una famiglia numerosa, allegra. Ogni tanto torno nella mia stanza a suonare ma e’ una musica di dolore”.  Fra Pripyat e la stazione nucleare, accanto a una serra, c’e’ quello che chiamano il “poligono biologico”. E’ la zona degli esperimenti, dove sono stati piantati i semi raccolti nel bosco irrimediabilmente contaminato, morto da tempo. Le chiamano le piante mutanti. Ci spiegano: “Gli aghi di un pino normale crescono a coppie, cioe’ due alla volta. Qui, vedete, sono tre o quattro. Altri crescono direttamente dal tronco. E il tronco, cioe’ il legno, qualche volta e’ morbidissimo altre volte e’ duro come quello di un faggio. Alcuni pini mutanti neppure hanno il tronco. Gli scienziati hanno accertato trentadue fattori mutanti. Che delitto per la natura“.  La centrale atomica e’ ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl, monumento funebre alla prima era nucleare. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c’e’ il reattore n.4, quello dell’apocalisse. Tecnicamente e’ stato spento,ma di fatto il cuore atomico e’ ancora attivo. Arriviamo a meno di duecento metri dall’incubo del mondo. Il contatore geiger impazzisce.  Qualcuno, due anni fa, e’ addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell’esplosione. Un luogo dove non sopravvivono neppure i batteri. Mi fanno vedere il filmato: si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. “E’ come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore“, ci dicono.  Entriamo eccezionalmente nella centrale. Il cuore del diavolo sta li’ in fondo, dietro un tramezzo. Siamo nella grande sala delle turbine. Quella notte e’ esplosa una turbina come questa, in quel punto, ci spiegano. Arriviamo nella sala controllo. Sul monitor compare il reattore n. 3, l’unico insieme al numero uno che ancora funziona.  Ma che e’ successo quella notte? L’ultima testimonianza dall’inferno e’ di Serghei Sharshun, capoturno di allora.”Quella notte nessuno si aspettava il disastro. Anche perche’ non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori. Sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potra’ mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma staro’ qui fino alla fine perche’ e’ il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo“.  Il viaggio, compiuto rigorosamente entro le cinque ore, e’ finito. Quando usciamo il controllo ci definisce per fortuna ancora “chisti”, puliti. Ma uscendo nella notte di Chernobyl si sentono ancora i rantoli cupi del mostro in agonia. L’incubo resta.
aprile 2006
Nove milioni di persone, un’area contaminata di oltre 150 mila chilometri quadrati. Decine di migliaia di morti e chissà ancora quanti dovranno morire. Vivere nell’incubo. Soprattutto negli ultimi trenta chilometri intorno alla centrale, la zapretnaya, la zona proibita.  Dubova è uno dei pochi villaggi ancora abitati. Ci vivono 150 persone, tutte poverissime, al limite della disperazione. Sofia però non è disperata, è solo triste. Aspetta solo di morire, non le rimane altro. Ha 78 anni, da trenta vive qui:  “Quella notte non ci siamo accorti di nulla, dormivamo. Ci siamo accorti che qualcosa di grave era successo nei giorni successivi perché c’era tanto movimento, gente che portavano via. Poi cominciò a capire tutto mio marito che lavorava in una fattoria vicino a Pripez. Mi raccontava che facevano gli esami a tutte le bestie e poi nei mesi successivi che succedevano cose strane, mucche con due teste, maiali con una testa e due corpi. Sono venuti anche da noi a farci le visite. Ma non ci hanno portato via, segno che stavamo meglio degli altri. Però mio marito, Micha, ha cominciato a sentirsi male fin che è morto. Per tanto tempo mi hanno dato da mangiare granoturco, dicevano che serviva per guarire. Io non sono morta, sto ancora qui, ma con Micha non abbiamo fatto in tempo a fare figli e sono sola, che altro mi resta oltre che aspettare?”
Michailo ha vent’anni, come il disastro. Quando è successo aveva pochi mesi. E’ di poche parole, le sue giornate le passa andando in bicicletta su e giu per il villaggio. “Che devo dire? Ogni tanto qualcuno muore. Noi siamo vivi. E stiamo qui”. Victor ha trent’anni. Ha due figli. Fa il muratore a Kiev, guadagna a malapena per far mangiare la famiglia. “Perché non andiamo tutti a Kiev? Ci fa Perché costa troppo. Qui rischiamo, ma non c’è scelta” Vasilj ha lavorato per quattordici anni alla centrale, adesso è in pensione.
Quello che mi porto appresso è un forte mal di testa, il mio compagno di viaggio”. Gala e Vala sono due donne energiche. “Qui è tutto da ridere” fanno.  “Sanno tutti che questa è una zona maledetta, che la terra è contaminata e qualsiasi cosa coltiviamo ci può uccidere. E loro che fanno? Ci danno il contributo per quelli che chiamano i prodotti alimentari puliti. Sa quanto ci danno? Un grivna al mese, basta a malapena a comprare un chilo di pane. Noi dovremmo vivere con un chilo di pane al mese. Come dire: mangiate quello che avete, altro che pulito, arrangiatevi, morite”.
Policje è il distretto a ridosso dell’apocalisse, la zona rossa numero quattro. Nykola Martynenko è il vicesindaco. “Ci sentiamo i sopravvissuti. Qui vivevano 30 mila persone, adesso siamo rimasti solo in seimila. Ma soltanto mille sono quelli in età lavorativa, gli altri o sono vecchi o sono bambini. Il futuro è ancora peggiore perché ogni quattro morti c’è soltanto una nascita. La metà dei villaggi non esiste più: erano sessanta, ne sono rimasti abitati trenta, alcuni con pochissime persone”.
Davanti alla chiesa nuova ci sono le tombe più tristi. Sulle lapidi non i nomi delle persone ma dei villaggi morti. Ne visitiamo uno, fra i tanti, sommerso dagli arbusti. Questa è zona di funghi ma nessuno ci si avvicina più. L’unico luogo vivo, è un paradosso drammatico, è il cimitero dove ancora vanno i parenti a pregare.
Ci fermiamo a una fattoria, a Obukovici. Sono nati tutti qui. Stanno bene perché hanno molti animali. Ci offrono miele appena fatto. La più anziana è Olga, 70 anni.“Servono a noi e servono a far mangiare i nostri figli a Kiev. Ogni tanto li andiamo a trovare a portiamo roba. Loro no, non vengono, hanno paura. Mangiate,non abbiate timore, non fa male, il miele è buono”.

 Entriamo a Pripyat, la citta’ fantasma. Qui abitavano sessantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti sono stati 35 mila. L’atmosfera e’ allucinante. Tutto e’ come il 26 aprile dell’86.  Vladimir Ivanovic era un tecnico della centrale. Uno dei primi ad arrivare, già nel 1976. Quando successe la catastrofe scappò subito a casa, dalla moglie e dalla figlia Tatiana che allora aveva cinque anni. Torna spesso qui, dov’era la loro casa ma per la prima volta oggi porta tutta la famiglia.

“Sapevo che era successo il finimondo. Non aspettai le autorità,non aspettai nessuno. Presi loro, le misi in auto e le portai lontano. La nostra vita non è cambiata, ringraziando Iddio, sono nate anche due gemelle qualche anno dopo. Ma tornare qui ci fa male. Una grande nostalgia. Pripyat era una bellissima città, giovane, viva. Che angoscia trovarla così, morta, sepolta dagli arbusti”.
 A Ivankiv c’è il primo ospedale dopo la zona del disastro. E’ giorno di festa, la pasqua ortodossa, non ci sono medici. La caposala, Tatiana Michailova, ci fa entrare.“Tanto ci sono solo neonati. I bambini malati di cancro li mandiamo a Kiev, adesso il nostro impegno è di accogliere tutti i neonati abbandonati. Ne arrivano tanti, colpi della miseria. Le ragazze fanno i figli per ricevere il suddisio dello Stato, ottomila grivna (1200 euro), poi scoprono che non è così facile e allora lasciano i figli”. Inna ha diciassette anni, la sua bimba, Daria, appena quattro mesi. “Devo lasciarla qui, sono sola. Da quando mio padre ci ha abbandonate mia madre si è messa a bere, ormai è pazza, non posso tornare da lei. Il ragazzo con cui ho fatto Daria è sparito. Adesso cerco una soluzione, ho avuto tante promesse prima delle elezioni, ma adesso non si fa più vivo nessuno”.
 
Ogni anno duemila bambini si ammalano ancora oggi di cancro. Li portano a Kiev, in periferia, all’ospedale pediatrico oncologico. Grigoriy Klimnuk, primario “Ogni giorno in media arrivano da noi due bambini, da tutta l’Ucraina. In un reparto che ne può ospitare duecento siamo arrivati ad averne anche il doppio. Tutti colpiti da tumori solidi. Purtroppo abbiamo grosse carenze economiche. Il governo copre soltanto il 30-40 per cento delle spese per la terapia d’urto, con altri finanziamenti privati arriviamo a coprire il 70 per cento ma è sempre poco. Ne riusciamo a salvare soltanto la metà”. I bambini giocano con i colori, qualcuno addirittura riesce a sorridere. Le mamme sono nei corridoi, nelle stanze. Urlando l’allarme per la miseria che aggrava una situazione drammatica. “Come facciamo? Qui si guadagnano cento euro al mese e una cura costa diecimila euro, impossibile. Manca tutto, mancano anche le siringhe”. Un’associazione italiana, Soleterre, è intervenuta in maniera sostanziale negli aiuti grazie anche ai finanziamenti del Ministero degli Esteri. Natasha Onoikpo ci fa vedere un ecografo acquistato con i soldi italiani: 25mila euro per uno strumento decisivo. E adesso che scade l’accordo con la Farnesina, Soleterre lancia una campagna con gli Sms.
 La centrale atomica e’ ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl.  Entriamo nella centrale. E’ ufficialmente chiusa dal 2000 ma di fatto è ancora funzionante. Non produce più energia, ma non è spenta. Molti operai stanno lavorando alla disattivazione dei reattori uno e due. Un impegno difficile e soprattutto lungo.“Lavoriamo sette ore al giorno per un massimo di ventidue giorni consecutivi. Andare oltre questa soglia ci costerebbe la vita.” Nessuno lo ammette, ma ci vorrà almeno un secolo prima di scongiurare definitivamente il pericolo. Certo non si azzarda in previsioni Irina Kovlich, portavoce della centrale. “Non possiamo prevedere quanto ancora ci vorrà. L’aspetto più complicato riguarda lo smaltimento delle scorie. In sostanza, non è stato spento l’interruttore, alcuni sistemi sono ancora funzionanti. Ma non è così facile come spegnere la luce. Il mostro non ci permetterebbe altri errori”. Vivere a Chernobyl. Tra la vita e soprattutto la morte.
febbraio 2007
Chernobyl resta l’Apocalisse. Ma il disastro vero e’ che le “Chernobyl” nascoste, spesso negate, sono numerose: soltanto nell’ex Unione Sovietica. Solo qualche anno fa e’ stato rivelato che nel 1961 (è passato quasi mezzo secolo nel silenzio) l’equipaggio di un sommergibile nucleare si sacrifico’ per evitare una catastrofe sottomarina. Pensare che ancora esistono dieci citta’ nucleari neppure segnate sulla carta geografica. Conosciute solo in codice, come “Tomsk 2” o “Arzamas 16”, abitate da ottocentomila fantasmi: perche’ ovviamente anche loro non esistono, in nessuna anagrafe. Tecnici ormai alla fame che per vivere pare che adesso commercino plutonio, uranio e mercurio rosso. Vere e proprie bombe ambulanti in giro per l’Europa. E’ come essere seduti tutti su una bomba ad orologeria, anzi su centinaia di bombe. Che possono esplodere da un momento all’altro.

Come possiamo sapere quando esploderanno? Come possiamo scoprire cosa c’e’ dietro decenni di colpevoli silenzi? Per fortuna, grazie a ufficiali compiacenti oppure pentiti o piu’ facilmente comprati, escono ora alcune verita’ soffocate negli archivi del Kgb. Ma quanti segreti ci sono in quei tristi sotterranei della Lubianka? Pochi sanno, ad esempio, che a Tiumei, in Siberia, ogni forma di vita e’ stata cancellata da una nube tossica: lo scopri’,pensate, Krikaliev, l’ultimo eroe russo dello spazio, abbandonato per un anno sulla Mir. E nessuno sa cosa sta succedendo a ridosso del polo nord. Una zona maledetta, territorio di “test” nucleari, soprattutto negli anni della guerra fredda e del grande armamento. Chi paga, in maniera irreversibile, e’ la popolazione eschimese, vittima di continue, ininterrotte piogge radioattive. Molti di loro -oltre che poverissimi- nascono malati di mente, sicuramente muoiono molto presto. Quando si muore vecchi, da quelle parti, si muore a 45-50 anni. Anche la vita e’ dura. Tutti nomadi, allevatori di renne, non hanno piu’ sostentamento perche’ la radioattivita’ ha cancellato le piante e le renne non hanno piu’ da mangiare. E’ il dramma di un popolo destinato a sparire dalla terra.

Situazioni di questo genere ce ne sono molte nello smisurato ex impero sovietico. Pochi sanno anche dell’esplosione, nel 1957, nell’industria Majak negli Urali che, in una delle citta’ segrete (“Celiabinsk 65”), produceva esplosivo per le bombe atomiche. L’incidente che ha reso irrimediabilmente sterile un’intera regione provoco’, secondo gli scienziati, un inquinamento radioattivo decine di volte superiore a quello di Chernobyl, La Majak e’ ancora in attivita’. E poi l’incendio nel 1978 nella centrale atomica di Beloiarski. I quarantasei militari morti nel laboratorio di Sverdlovsk specializzato in armi batteriologiche. Il genocidio nel Kazakistan dove centinaia di migliaia di persone sono state uccise dalla radioattivita’ del poligono di Semipalatinsk. E la morte del lago Aral, il quarto del mondo per grandezza, dove ogni anno spariscono venticinque chilometri quadrati di acqua.

Dieci citta’ segrete, dunque. Della meta’, di cinque siamo riusciti almeno a scoprire il nome, o meglio il codice: le prime ad essere rivelate furono proprio Arzamas-16, dov’e’ avvenuto l’ultimo furto, e Tomsk-2. E proprio di recente il ministro dell’Energia Atomica Viktor Mikhailov in un’intervista al giornale “Nezavisimaya Gazeta” ha parlato espressamente di Tomsk-7 e di Celiabinsk-70 dove sono avvenute fughe radioattive. Ma ora che ufficiali compiacenti (o comprati) dell’ex Kgb hanno deciso di parlare, si scopre per esempio che nel 1957 ci fu un’esplosione nell’industria Majak negli Urali che, in un’altra delle citta’ segrete, Celiabinsk-65, produceva esplosivo per le bombe atomiche. L’incidente che ha reso irrimediabilmente sterile un’intera regione provoco’, secondo gli scienziati, un inquinamento radioattivo decine di volte superiore a quello di Chernobyl, La Majak e’ ancora in attivita’. Quando si vive tanto, da quelle parti, si vive 45-50 anni.

Quanti misteri. In un rapporto presentato a Kiev un comitato di esperti prevede un milione di morti per Chernobyl. Ma il delitto piu’ grande resta il ritardo nell’allarme, l’evacuazione dopo 48 ore, il silenzio al mondo che ancora provoca danni. Nei depositi della Bielorussia ci sarebbero tuttora diecimila tonnellate di carne radioattiva immesse sul mercato dopo il disastro mentre in qualche fattoria intorno al reattore n.3 si fanno esperimenti sugli animali e sembra che le pelli di numerosi visoni contaminati siano finite al grande mercato di San Pietroburgo.

Tutti sanno che a Sosnovy Bor , la centrale nucleare a ridosso della fantastica San Pietroburgo, ci sono state almeno due esplosioni ma pochi sanno che proprio davanti all’ingresso della centrale – l’abbiamo visto con i nostri occhi – c’e’ quello che qui chiamano il cimitero atomico. In una fabbrica sono racchiusi tutti i rifiuti radioattivi della zona nord-occidentale dell’ex Unione Sovietica. Un incidente equivarrebbe all’apocalisse. Una situazione del genere esiste, addirittura, anche a Mosca, in pieno centro. A due passi dall’ambasciata americana e dal Planetario, una scuola di astronomia, sotto almeno tre cortili ci sono depositi di sostanze altamente nocive: arsenico, mercurio e piombo. Ma la cosa più incredibile è l’uso di queste sostanze. Sono depositate da decenni dal terzo dipartimento medico del comitato centrale del Pcus, dipartimento intitolato a Lenin, che ha come compito principale la conservazione, nel mausoleo in piazza Rossa, della salma del padre del comunismo. Anche quegli additivi sono serviti insomma per costruire la grande utopia. Come dire che la gente paga due volte. 

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6 pensieri su “Chernobyl, viaggio nell’apocalisse

  1. Pingback: Chernobyl, viaggio nell’apocalisse | La Torre di Babele

  2. Complimenti Pino, immagino che le tue denunce e gli interrogativi che hai posto non abbiano avuto seguito. L’umanità ha la memoria corta. Qualche volta ce lo ricorda in modo drammatico che viene violata troppo facilmente.

  3. Pingback: Capitolo primo (1991) | Vita da inviato

  4. Pingback: Chernobyl, per non dimenticare | La Torre di Babele

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