Africa, un continente in agonia

dicembre 2000

 Kenya, dicembre 2000 – Questo e’ territorio dei Turkana, una tribu’ che per sete, e per fame, sta scomparendo. Il segno dell’agonia e’ in questo villaggio, Lorus, abbandonato in fretta. Sono scappati anche perche’ non ci sono grandi speranze neppure per novembre, la stagione delle piogge. Attraversiamo questo mare di sabbia gialla e asciutta e una terra cosi’ secca da spaccarsi. Pensare che quando pioveva in questa piana, Lottikipi, l’erba era cosi’ alta che non si vedeva l’orizzonte. Adesso quelli che erano fiumi sono sentieri bruciati dal sole. Seguiamo le tracce della grande fuga dei Turkana attraverso le carcasse degli animali. Ritroviamo quel che resta della tribu’ vicino agli ultimi pascoli. Prima si spaventano. Molti di loro non hanno mai visto un “muzungu”, un bianco. Le donne si nascondono, con i bambini. Poi si riunisce il consiglio dei vecchi. Decidono che possiamo essere utili.Il capo villaggio si chiama Keyonga.Loowa. Non sa cos’e’ un microfono ma capisce che e’ li’ dentro che deve urlare il suo grido di dolore e il suo appello disperato. “Mungu, Dio, ha buttato le chiavi dell’acqua. Stiamo morendo tutti. Non importa per noi che siamo vecchi. Ma muiono anche i bambini. E non e’ giusto che devono ancora vivere la loro vita. Ma non si puo’ vivere cosi’, senza acqua e senza cibo e con i nemici, i Tobosa, che vogliono toglierci anche quel poco che ci resta. Venite e salvarci, il mondo ha il dovere di salvarci”. La fiducia non e’ tanta, se a pochi passi si continua pregare Mungu. Dio. Ecco, questa e’ la danza della pioggia. Un canto senza gioia, eppure negli occhi di tutti c’e’ ancora speranza. La siccità è’ la più grave mai registrata nella storia della regione. Tre mesi fa il governo di Nairobi ha dichiarato lo stato di calamità. Il 6 luglio il Programma Alimentare Mondiale (che ha in corso un gigantesco progetto di distribuzione di viveri) – ha annunciato che le scorte alimentari sono praticamente esaurite. Secondo le organizzazioni mondiali almeno due milioni e mezzo di persone hanno immediato bisogno di cibo solo in questa zona. Fonti governative riferiscono che circa metà della popolazione rurale e poco meno di un terzo di quella urbana non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare. Nelle zone maggiormente colpite dalla siccità il 90% dei fiumi è ormai completamente senz’acqua, e l’80% del bestiame è già morto.  Le cronache dell’ultimo mese somigliano a un bollettino di guerra. Manca il sangue e le poche scorte si deteriorano per la mancanza di elettricità. Per sfamarsi le popolazioni si cibano della fauna, mentre si diffondono malattie legate alla denutrizione. A rischio soprattutto i piu’ piccoli. L’Unicef stima che solo in Kenya circa 80 mila bambini rischiano di morire per una combinazione fatale di malnutrizione e infezioni.

L’Africa dunque sta morendo. Per sete, per fame, per le malattie e per le guerre. In questo momento sono quindici i conflitti che insanguinano il continente piu’ vecchio del mondo.

In pieno territorio Turkana, entriamo nell’ospedale di Lopiding a cercare di segni di una delle tante guerre africane infinite e dimenticate. Siamo a Lokichogghio, la zona piu’ in crisi del Kenya e forse di tutto il continente nero, crocevia di calamita’ e guerre. Non sono lontani i confini con Uganda ed Etiopia, soprattutto e’ vicino quello con il Sudan. L’Etiopia e’ sicuramente fra i Paesi piu’ colpiti dalla siccita’ oltre che dalla guerra. Otto milioni sono a rischio e per evitare il disastro, secondo le Nazioni Unite, servono almeno 900 mila tonnellate di cibo. Uno sforzo che equivale a quasi 400 miliardi di lire.

Qui a Lopiding sono ricoverati tutti i feriti della devastante guerra sudanese. Per capire abbiamo scelto di raccontarvi la storia di Peter. E’ giovanissimo ma si sente gia’ un guerriero. Ha dodici anni. Nel suo paese la guerra va avanti da una ventina d’anni e dunque lui non sa neppure cosa sia la pace, una vita senza odio.. Dice, quasi con orgoglio, di aver perso la gamba nei combattimenti, ma e’ saltato su una mina, davanti casa.. Non sa perche’ ci si uccide. Peter ha lasciato un disegno in infermeria, vedete. Per lui il nemico e’ King Kong,. La guerra, da queste parti, puo’ essere l’unico gioco. Ma e’ uno sterminio. Gia’ due milioni di morti.Dice Yvonne Del Prado, direttrice dell’ospedale: “E’ una guerra lunga, dura , come tutte qui in Africa. Da qualche giorno sono ripresi i bombardamenti e non possiamo piu’ andare a soccorrere i feriti, a trasportarli qui, all’ospedale. Ma qui non vengono solo i feriti di guerra, vengono anche donne e bambini che muiono di fame e di malattie. Cerchiamo di aiutare tutti. Ma non e’ facile. I motivi della guerra sono ufficialmente religiosi..Quelli del nord mussulmani contro quelli del sud cristiani”

Ma il mondo sa perche’ ci si uccide. . Il Sudan e’ il Paese piu’ grande dell’Africa. Il meridione e’ ricco d’acqua e potrebbe risolvere la crisi di siccita’ dell’intero Corno d’Africa ma soprattutto, ci spiegano, il Sudan galleggia nel petrolio. Di bambini ce ne sono molti nell’ospedale. Non servono parole. Bastano i loro sguardi. Tristi e fieri. Nel padiglione numero quattro ci sono le mamme con i neonati. Una mamma sudanese canta la ninna nanna per il suo bambino, uguale a tutti gli altri bambini del mondo, con la sola colpa di essere nato in un posto sfortunato. Povera Africa, dove i bambini non sorridono piu’.

Il giorno dopo accompagniamo medici dell’Amref (fondazione africana per la medicina e la ricerca) nei villaggi del nord. Un viaggio, per fortuna, ormai ordinario. Un medico impianta nel villaggio una sorta di clinica mobile. Controlla i piu’ fragili, vecchi e bambini, fa le vaccinazioni. Non si lamentano, ma sussurrano tutti, come un’invocazione al cielo: magi, acqua. Quelli che sono piu’ gravi sono ricoverati a Lokichogghio, all’ospedale vero e proprio. I medici dell’Amref cercano di arginare la strage sanitaria.

Una malattia micidiale, e fra le piu’ diffuse, conseguenza diretta della mancanza d’acqua e quindi d’igiene, e’ l’ idaditosi. , un parassita infido e devastante trasmesso dai cani.

Quant’e’ lontano il Kenya dei turisti, eppure e’ ad appena un’ora di volo.

Ci spiega Mujma Albanus, direttore dell’ ospedale di Lokichoggio: “Questo ragazzino e’ proprio sfortunato. Era gia’ stato operato, vedete la cicatrice, ma il tracoma e’ tornato, i parassiti hanno attaccato il fegato e la pancia si e’ nuovamente gonfiata. Bisogna aprirlo, operarlo di nuovo. Ma lui e’ forte, ce la fara’ e finalmente potra’ essere un bambino normale, come tutti gli altri quando il tracoma sparirà”. Si calcola che in quest’Africa assetata, asciutta, arida, il novanta per cento delle malattie e’ direttamente o indirettamente collegato alla mancanza d’acqua potabile. La situazione e’ al limite di guardia.

Nel villaggio masai di Olki-Rama-Tiari scopriamo gli effetti sconvolgenti del trakoma, un’infezione che colpisce gli occhi fino a portare alla cecita’. Jeremy Samcaire, un monitor (come lo chiamano) dell’Amref fa il giro dei villaggi per controllare il livello dell’epidemia. La medicina, pensate, e’ cosi’ semplice: poche gocce d’acqua per salvare la vista di un bambino.

La malaria e l’Aids restano naturalmente i grandi nemici di questo continente in agonia.

L’emergenza sanitaria e’ coperta, in maniera eccellente, dai “Flying doctors” di Amref. Con base a Nairobi, operativi 24 ore su 24, coprono un territorio immenso, grande quanto l’Europa occcidentale. Un impegno molto gravoso perche’ qui l’emergenza e’ assolutamente ordinaria. E non riguarda solo la popolazione del posto. Mentre siamo alla loro base, arriva una turista olandese colpita da malaria a Lamu, sulla costa.

Incontriamo Tommy Simmons, direttore di Amref Italia: “In vaste aree del Kenia la situazione si fa ogni giorno più ‘drammatica’, e nei prossimi mesi, almeno fino a novembre, non potrà che peggiorare Molte famiglie hanno terminato le scorte dell’anno scorso e sopravvivono soltanto grazie ai sussidi alimentari: anche se dovesse finalmente piovere ad ottobre, molti agricoltori non avranno le sementi per le nuove colture. Oltre al consueto impegno nel campo della medicina, della prevenzione e dell’educazione sessuale e riproduttiva, AMREF è impegnata già da anni sul terreno della salute ambientale con la costruzione di pozzi e la realizzazione di corsi per la protezione di sorgenti: quest’ultima catastrofe conferma, tuttavia, che serve un salto di qualità. In futuro bisognerà cercare di favorire nuovi programmi integrati per la salute dell’ambiente e delle popolazioni locali, superando gli steccati (e le diffidenze) che oggi dividono le organizzazioni sanitarie da quelle impegnate nella tutela dell’ambiente. L’altra grande preoccupazione è legata ai cambiamenti climatici. Non sappiamo ancora se la crisi del Kenia, e le siccità di fine Novecento, siano dovute effettivamente al riscaldamento globale del pianeta”

Muoiono gli uomini e muiono gli animali. Da queste parti, come in nessuna altra parte del mondo, le loro vite sono legate. Sta scomparendo inesorabilmente anche una delle tribu’ piu’ antiche e conosciute. Siamo in pieno territorio Masai, a Magadi.

Ai margini dell’inferno, incontriamo un vecchio pastore, Oleshani, con i suoi figli. Le sue povere bestie che cercano un cibo che non c’e’ sono il simbolo della catastrofe ambientale

“Se non mangiano loro, non mangiamo neppure noi E gli animali sono troppo deboli ormai per spostarsi piu’ lontano. Quando stanno per morire li uccidiamo e li mangiamo. Oppure li uccidiamo prima, quando vediamo che sono alla fine. Per ora resistiamo. Ma poi? Cosa mangeranno i miei figli quando tutte le bestie saranno finite? Il mondo deve venire qui a vedere. Noi non abbiamo futuro”

Alle spalle di Oleshani e dei suoi figli c’e’ un lago. Lo chiamano il lago salato, ma non e’ sale: e’ soda. Soda caustica: corrode tutto e tutti. Lo spettacolo e’ allucinante. Siamo al confine con la Tanzania. I fenicotteri beccano l’acqua in cerca dei gamberetti. Loro sono gli unici che ancora hanno da mangiare. La natura comunque e’ generosa. Anche la soda, che brucia, puo’ costituire la salvezza. Questa fabbrica rappresenta la salvezza economica della zona. E’ nata una citta’, vicino al lago. Sembra un’oasi. Qui c’e’ da mangiare e da bere. Ma purtroppo i fortunati sono pochi..

Chi ancora ce la fa scappa dall’inferno. Ed e’ forse l’aspetto piu’ triste. L’esodo dei Masai, pastori e guerrieri belli e alteri, e’ arrivato fino alle porte di Nairobi, da dove vennero cacciati. Quasi la metafora, drammatica, di un mondo che muore proprio dove e’ nato.

Ma di chi e’ la colpa? Solo della natura? A Nairobi incontriamo la piu’ popolare ambientalista del Kenya, presidente dell’associazione Greenbelt, Wangari Maathai: “Qui dicono che la grande siccita’ sia una maledizione di Dio perche’ siamo stati cattivi . Forse e’ vero. Forse stiamo pagando molte colpe. Noi uccidiamo la natura e la natura si vendica. Si abbattono gli alberi, per vendere carbone e non si lavora piu’ la campagna, scappando nell’inferno delle citta’. Bisogna cambiare l’educazione. Io credo molto nei giovani. Ma bisogna fermarsi in tempo. Se continuiamo cosi’ cosa restera’ ai nostri giovani? L’Africa non ci sara’ piu’”.

Certo le cause del rischio di desertificazione sono in gran parte legate al surriscaldamento globale, che sta prosciugando un Kenya gia’per quattro-quinti del territorio arido o semi-arido, ma il processo e’ sicuramente accellerato dal grande consumo di legna. Un allarme denunciato da decenni. Queste sono immagini rare di “Alcune Afriche”, un documentario girato da Alberto Moravia nel 1975. Il continente e’ cosi’ povero che il settanta per cento della popolazione delle aree rurali e’ interamente dipendente dal legno, ma anche il cinquanta per cento delle popolazioni urbane usano il legno, soprattutto sotto forma di carbone. Le foreste sono violate, depredate, uccise.

Visitiamo una scuola di Intasopia. Il processo educativo avanza. Un giovane masai che vuole diventare ingegnere, non sogna piu’ di cacciare il leone. Adesso (canta) gli basta un viso bagnato di pioggia.

Chi ha la forza, e la voglia, di resistere, riesce a sopravvivere nelle campagne. Questo sembra un miraggio. Un pozzo, in un’azienda agricola, a Ysinia e un sistema di irrigazione che trasforma il deserto in un’oasi. Limoni, cipolle, arance, insalata, anche l’albero del pepe.Gente fortunata. Ma comunque la natura da’ da vivere, se non si sente tradita. Nelle campagne di Vaulin questa vecchia contadina ci fa vedere i raccolti del suo orto. Pochi, ma sufficienti. Piselli e il frutto del bau-bab, l’albero del pane. Ci mostra come si spacca. Viene una minestra dolce, buona, ci spiega compaciuta.

Ed eccola Nairobi, capitale per caso. Nata semplicemente perche’ qui finiva (e finisce) la prima ferrovia che dalla costa di Mombasa trasportava (e trasporta) persone e soprattutto merci nell’interno. Nairobi, in lingua masai, significa “la citta’ delle dolci acque”. Oggi sembra una sciagurata ironia. E’ una megalopoli piena di contraddizioni, magica e disperata, malata di traffico e di miseria, abitata da gente generosa e criminali.

La sorvoliamo. Laggiu’ , vedete, c’e’ l’inferno. E’ la piu’ grande delle cinque baraccopoli di Nairobi. Settecentomila abitanti, il quartiere si chiama Kibera. Per tutti e’ il quartiere maledetto.

Il treno ancora taglia in due il quartiere come secoli fa. Passa quattro volte al giorno. Molta gente sale spesso senza sapere dove andare ma soltanto, come dicono in Africa, per smuovere il tempo, per fare qualcosa. E’ qui, in questo inferno, che finiscono drammaticamente le speranze dei Masai, e di tutte le altre tribu’, in cerca di salvezza. Fuggono dalla natura arida, ingenerosa, non hanno la forza di aspettare e s’infilano nel tunnel senza sapere che qui di speranze ne hanno ancor meno.

E’ un mondo a se stante, Kibera. Con le sue leggi. Il giorno prima che venissimo qui hanno ucciso un ragazzo colpevole di aver rubato. L’hanno giustiziato, lapidandolo. Quel ragazzo non mangiava da giorni. Era comunque destinato a morire.

Spiega Andrea Marana, capo quartiere Kibera: “L’emergenza piu’ grande e’ quella sanitaria. Qui si sta male e si muore per poco. Se ci si ammala non ci sono medici ne’ medicine. La salvezza viene da questo ospedale che sta costruendo l’Amref. Forse allora, quando sara’ pronto, i nostri bambini potranno salvarsi”.

Oggi e’ domenica. Sembra una domenica come tante. Il vestito della festa e la partita di calcio, fra due squadre studentesche del quartiere. L’aspetto piu’ allucinante forse e’ questa idea di normalita’. Chi vive nell’inferno si sente in un posto qualsiasi.I bambini sorridono, tutti sorridono..

L’incontro con una povera prostituta rafforza quest’idea. L’impressione e’ di essere arrivati alla fine del tunnel. Mary Nlaga ha trentacinque anni e quattro figli. Lavora, mi dice, da dieci anni. “Perche’ lo faccio? E’un mestiere come tanti. Ho una famiglia. Servono soldi. Che c’e’ di diverso da altri lavori? Devo dare da mangiare ai miei bambini, il mio uomo non ha lavoro. Farei qualsiasi lavoro per loro. Si’, sono felice.. Ho da mangiare. Ma un giorno smettero’, quando avro’ tanti soldi, smettero’ e lascero’ il Kenya. Ogni volta, si’ insomma a ogni lavoro, prendo cinquanta scellini, meno di un dollaro. La strada, lo so, e’ lunga”.

Non molto lontano da Kibera, c’e’ un altro quartiere di fango. Piu’ piccolo,a forse piu’ duro dove gira molta droga, ci dicono. E’ qui, a Karlobanghi, che ci sentiamo veramente alla fine del tunnel. Incontriamo due donne colpite dall’Aids. Malate terminali. Sepolte vive. Per fragilita’ fisica e per pudore vivono (vivono?) nascoste, al buio. . E’ come se fossero gia’ morte. Parlano con un filo di voce.

La prima si chiama Magret Wangico, ha solo ventitre’ anni ma gia’ due figli.  “Mi sento sola. Il mio dramma e’ di stare sola. Mi hanno lasciato tutti. I miei bambini, mio marito, mio padre. Cosa penso? Non penso, non esisto piu’. Spero di morire presto. Ma spero anche che tutti gli altri malati non siano lasciati cosi’ soli. Non e’ giusto abbandonarci. Noi abbiamo bisogno di aiuto, soprattutto abbiamo bisogno di amore. E’ l’unica cosa importante che posssiamo portare dall’altra parte della vita”.

Due capanne piu’ in la’ abita Scolastica Wajman. Ha trent’anni e tre bambini. Loro non l’hanno abbandonata. Due , un maschio e una femminuccia,. sono fuori la capanna. Non la lasciano mai. “Si’, io sono fortunata. Ho ancora i miei figli. Il mio uomo se ne e’ andato, ha paura, ma non importa. Mi interessa dei miei figli. Sento di morire giorno dopo giorno, soffio dopo soffio, ma devo restare bella, devo essere bella, per loro. Sto mettendo i miei abiti migliori. Quando saro’ diventata brutta, chiedero’ ai miei figli di non vedermi piu’. Sento che non manca molto”.

 L’Aids sta facendo una vera strage in Africa. Si parla di oltre 23 milioni di malati, l’85 per cento del totale nel mondo. Colpite in modo particolare le donne Un dato preoccupante se si pensa che le donne incinte trasmettono con facilità il virus al feto: L’anno scorso più di mezzo milione di bambini sono stati infettati dalle madri. Secondo le statistiche fra dieci anni, nel 2010, in Africa ci saranno quaranta milioni di orfani. L’unico sistema per fermare la strage e’, anche in questo caso, educare. Come al centro Kibwezi dove l’Amref sta portando avanti un family planning, un programma sanitario familiare. Ci sono molte donne, con i loro bambini. Questa voglia di riscatto e’ la grande speranza dell’Africa.Alla fine del viaggio, attraversiamo la Rift Valley , smisurata, incredibile, emozionante..Qui, secondo gli scienziati, ha avuto origine la specie umana. E’ avvolgente, come una grande culla. Questa non puo’ essere la terra dell’inferno. Quasi nascosto, ecco verso est il parco Tsavo, territorio della tribu’ dei Kamba. Si’, eccola, e’ questa l’Africa. Quattro leonesse stanno preparando l’attacco a una mandria di bufali. L’astuzia contro la forza bruta. E’ scontato: anche stavolta vinceranno le regine della savana, cioe’ l’astuzia. Addentrandoci nel parco, incontriamo elefanti, zebre, struzzi, impala, oltre alle immancabili giraffe. Giochiamo con le scimmie. Al primo lago, scopriamo un miracolo della sopravvivenza. Gli ippopotami che convivono con i coccodrilli. Una volta si sbranavano. Adesso stanno insieme, vicini. E forse ci insegnano qualcosa. L’ennesima lezione della natura. Asante sana, Africa. Grazie.

dicembre 2003

 Nairobi, dicembre 2003 – Per chi non ha casa, nè futuro, e dorme all’aperto, il momento piu’ brutto e’ la notte. Qui siamo sulla strada 46 di Kawan, a Nairobi. I ragazzi di strada fumano colla, per riscaldarsi, soprattutto per dimenticare. Fumano proprio colla, che qui chiamano gloo: la respirano spesso fino a morirne. Si coprono con i sacchi di plastica. Con quel che capita. Poi arriva l’alba. Pesante. Si alzano, vanno in cerca di rifugio. Molti non lo trovano. Sono tanti i ragazzi di strada. Nessuno ha mai fatto un conto ma le cifre ufficiali parlano di settecento orfani al giorno soltanto in Kenya. I genitori muoiono stroncati dalla carestia, dall’aids e dalle droghe. E loro restano soli, sbandati, senza niente. Seguono gli adulti nell’enorme discarica, purtroppo seguono presto anche le orme dei bonga-u, gli avvoltoi: gli uccellacci che da queste parti trasformano presto anche le persone in avvoltoi, che uccidono per fame, anche per uno scellino.

Nairobi ha almeno cinque slums, le baraccopoli, dove vive almeno un milione di persone. Korogocho non e’ la piu’ grande, ma e’ sicuramente la peggiore, la piu’ pericolosa. Un inferno. C’e’ un posto, laggiu’, che e’ il peggiore di tutti. Lo chiamano la cucina del diavolo. Un locale dove e’ racchiuso il peggio del mondo. Per capire che posto e’ qui dicono: “Vado al bar a comprare l’Aids”.

Thal era un uomo forte. Ma e’ stato devastato da una sostanza micidiale che chiamano chang’aa, una sorta di mistura tratta dal combustile bruciato. Peggio di lui sta Saaria, da anni sul precipizio, all’orlo estremo della vita.

Ma c’e’ anche chi si salva, e pensa agli altri. Mary Musoni e’ una specie di mamma coraggio, capace di essere bella anche nell’inferno. Ha una famiglia molto grande. Quaranta figli. Solo due sono suoi, gli altri li ha adottati. Sta cucendo qualcosa per venderlo e fare qualche soldo. “Qui per le donne e’ molto dura perche’ gli uomini muoiono presto, si resta sole e ci si ritrova a mandare avanti la famiglia. Io sono sola da venticinque anni. Cerco di aiutare gli altri. Faccio quel che posso. Combatto la morte che qui sta sopra di noi”. Maman ci porta dentro i vicoli dello slum e poi dentro queste case fatte di niente. Pensare che per avere questi quattro pezzi di latta bisogna pagare l’affitto, ottocento scellini il mese. Almeno un miliardo di persone al mondo, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, vive in queste condizioni, una persona su sei, e fra vent’anni saranno il doppio. Gli ultimi della terra, vittime di quella che e’ definita l’”urbanizzazione della poverta’”. Ho conosciuto pero’ anche la speranza: questo ragazzo, Japeheth, da grande vuol fare il giornalista. “Mi piace scrivere, ma soprattutto voglio raccontare questi posti per aiutare la mia gente. L’aspetto piu’ drammatico e’ che qui si vive senza progetti, come fai a pensare al domani quando a malapena riesci a superare l’oggi?”. Con altri amici sfuggiti alle bande che terrorizzano Nairobi, Japeheth sta organizzando per domenica una maratona della vita contro tutte le droghe e contro la violenza. Il corteo partira’ dalla parrocchia che e’ anche la scuola di Korogocho. Da anni qui opera padre Daniele Moschetti che e’ riuscito a mettere insieme ottocento scolari, la meta’ orfani, il quindici per cento gia’ con l’Aids. Giriamo per le strade di Korogocho insieme a padre Daniele. Solo perche’ stiamo con lui, usciamo vivi dall’inferno. Ci presenta un pastore protestante, Khaleb Alingo. Qui certo la religione unisce, non divide. “Prima delle anime bisogna salvare i corpi. Ed e’ gia’ molto difficile. Come si puo’ non stare insieme in un posto dove ci si accontenta delle briciole del mondo? Ogni mattina che ci si sveglia vivi e’ un risultato. Puoi morire per tutto, anche perche’ trovi uno che ti spara perche’ e’ piu’ disperato di te”.

Il viaggio finisce con il grande vecchio. Mousa e’ un miracolo vivente perche’ ha ottanta anni mentre qui al massimo si arriva a quaranta. Lo spirito e’ ancora forte. “Vi pare bello qui? No, e’ molto brutto. Ma questi signori si vogliono o no decidere a pensare a noi, a costruirci le case, a darci da mangiare, a curarci? Ma pensate che questa sia vita?”.

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3 pensieri su “Africa, un continente in agonia

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