Bolivia, sulle tracce del “Che”

[1995]

a

“Papa cansado”, papa’ e’ stanco. Curioso codice per annunciare la cattura del nemico numero uno, quel diavolo di un “Che”. L’annuncio per radio, l’8 ottobre di ventotto anni fa, fu dato all’allora colonnello Mario Vargas Solinas da un cubano, un omone alto e grosso della CIA che tutti conoscevano come “Max Gomez”. Ufficialmente la cattura fu accreditata al generale Gary Prado Salmon, comandante del battaglione, ma tutti sapevano che il merito era del cubano. Era stato lui ad arrivare a Guevara. Qualche giorno prima aveva preso tre guerriglieri sulle montagne, era riuscito a farsi dire il nascondiglio del capo e poi li aveva uccisi, tutti e tre a sangue freddo. Adesso “Max Gomez”, che in realta’ si chiama Felix Ismael Rodriguez, abita a nord di Miami. Protagonista dell’affare Iran-contras, ha lavorato per trent’anni con la CIA soprattutto in America Latina ma anche in Vietnam. Nella sua grande casa in Florida ha messo in mostra molti di quelli che pomposamente definisce “trofei di guerra”. Del “Che” conserva pensate, la cenere presa dalla pipa del guerrigliero poco prima di morire. L’ultima fumata. La cenere sta in una cavita’ ricavata dentro l’impugnatura. La fa vedere a tutti. Nega invece che dal polso del “Che” appena ucciso strappo’ l’orologio. Eppure quella violenza estrema ebbe una testimone. Una maestra elementare, l’unica che riusci’ – oltre ai militari – a vedere e a parlare con il “Che” nelle ultime ore della sua vita. Allora insegnava nella scuola de La Higuera dove fu portato il guerrigliero arrestato. Adesso vive a Vallegrande, dove l’abbiamo rintracciata.

Si chiama Julia Cortez. Nonostante sia vicina ormai ai cinquant’anni conserva ancora quella bellezza che, si dice, conquisto’ il “Che”. Ha un figlio. Il suo nome e’ Ernesto, proprio come il “mio comandante”: lo chiama ancora cosi’. Quando parla di lui si emoziona. Ricorda: “Era mezzogiorno, il 9 ottobre del 1967. C’era molta confusione. Giravo per la scuola. Avevo rimandato i bambini a casa. Ero incuriosita. Dicevano tutti che era un diavolo, invece, mi sembrava tanto giovane, nonostante la barba, aveva quasi la faccia di un ragazzo. Lui mi guardava fisso. A un certo punto mi chiamo’, mi chiese di fargli compagnia. Ma non eravamo soli, c’erano i soldati. Riuscimmo a stare soli un minuto il giorno dopo, prima che lo uccidessero. Aveva una voce penetrante e dolce. Non mi confido’ nessun segreto, non parlammo mai di politica. Pensate, aveva nascosto nei pantaloni un bisturi, nessuno se n’era accorto, erano tutti euforici della cattura, neppure lo perquisirono. Un bisturi d’argento. Mi disse: guardalo, e’ l’unica cosa preziosa che mi e’ rimasta. E me lo regalo’. Poi mangiammo un piatto di zuppa. E’ bello mangiare insieme, sorrise. Chiesi a quello della CIA quando lo avrebbero ammazzato e lui mi guardo’ strano: perche’ me lo chiedi? Perche’ la radio ha detto che e’ gia’ stato ucciso. Non mi rispose. Qualche minuto dopo lo uccisero davvero ma non riuscii a vedere chi sparo'”. Ufficialmente l’esecutore fu il sergente Mario Teran con carabina M-12. Ma c’e’ chi dice che fu il cubano della CIA e altri, lo leggerete tra poco, accreditano nuove versioni. Dalla maestra Julia Cortez l’ultimo ricordo, quasi un testamento. “Prima degli spari, dietro la porta, sentii il comandante che urlava: ‘Dite a Fidel che presto la rivoluzione trionfera’ e che l’America Latina potra’ vivere finalmente felice'”.

b  c

 

Vallegrande (Bolivia), 1995 – Per arrivare a Vallegrande bisogna attraversare la Sierra boliviana. Inestricabile, proprio terra di guerriglia. Le strade sono impossibili. Da Santa Cruz ci vogliono sette ore in auto per arrampicarsi fino a duemila metri. Vallegrande ha seimila abitanti ma sembra poco piu’ di un villaggio. Case basse, a un piano, abitate da indios duri, tenaci. Giriamo per i vicoli polverosi invasi dalle bancarelle e chiediamo del “Che”. Da queste parti non hanno dubbi: il “Che” e’ sepolto qui, ai lati dell’aeroporto.

Quando arriviamo scopriamo che si tratta solo di una pista. Cioe’ di un campo incolto che era usato come pista militare. Non solo: era anche il quartier generale dell’esercito. Ai quei tempi c’erano centinaia di buche: ci sono anche adesso. Ci accompagna il comandante della polizia di Vallegrande, un tipo che subito si lamenta: “Sa quanti siamo? Cinque poliziotti in tutto, io e altri quattro. Come possiamo controllare un territorio cosi’ vasto?” All’improvviso urla: “Hanno rubato il Che!”. Esagera, naturalmente, ma in effetti ci sono segni di scavi recenti. Qualcuno di notte ha tentato una ricerca. Il tenente Rodimiro Guzman se la prende con due dell’esercito venuti dalla Capitale. Fa i nomi ma mi prega di non metterlo nei guai. Qualche giorno dopo la missione diventa ufficiale: il presidente De Lozada da La Paz manda ventotto soldati a scavare in mezzo agli alberelli di mimose. Scavano da giorni. C’e’ anche un supertestimone, un sottufficiale dell’esercito che quella notte – dicono – manovrava l’escavatrice. Ma si nasconde con cura. Manda soltanto a dire che ha paura, perche’ tutti quelli che “conoscevano il segreto sono finiti male, strane morti”.

E’ la maledizione del “Che”?

“Ma quale maledizione”, protesta Erich Blossi, un tecnico agricolo tedesco che sta qui dal ’66. Sta all’aeroporto a curiosare. Vizio antico: fu lui a scattare la prima foto del cadavere all’ospedale. “Ero un civile ma riuscii ad infilarmi. Ci sono molte ombre su questa storia – confida -. Per esempio, il generale Salinas, quello che ha riaperto il caso? Il suo nome e’ stato legato per anni al maggior narcotrafficante boliviano, Roberto Suarez. Bisognerebbe saperne di piu’ su certi personaggi. Qualcosa non quadra:.Ma pensa che sia tutta una montatura? “No, al contrario. Forse finalmente si potrebbe conoscere qualche verita’”.

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Misteri. Ce ne sono tanti. Uno riguarda Tania, la compagna dell’ultima avventura del “Che”. Dovrebbe essere sepolta nel cimitero, ma girano strane voci. Il cimitero e’ dietro un muro diroccato, a pochi metri dalla pista e dagli scavi. Il guardiano e’ Domingo Ocampo Vidaurre. Gli chiediamo di Tania. Un’eroina o, come sussurrano, una spia di Mosca? Tania era Tamara Bunker, ma entro’ in Bolivia come Laura Bauer. E’ vero che e’ sepolta qui? “Non lo so – ci risponde a sorpresa -. Su quella che dovrebbe essere la sua tomba e’ scomparso il nome durante una notte di tormenta. Qualcuno sostiene che il suo corpo e’ stato portato via. Sto qui solo da dieci anni, non conosco la verita’. E nessuno mi autorizza a scoprirla. Del resto, che importanza ha ormai? Non e’ mai venuto nessuno a cercarla, mai”.

Torniamo in paese. Troviamo un uomo, un ex guerrigliero. “Ho combattuto con il Che, anche se non l’ho mai conosciuto”, ammette. E’ sicuro: “Il corpo sta qui, me lo hanno detto tutti i miei compagni. E lo troveranno con la testa, non e’ mai stato decapitato. Forse ha anche le mani. Per quanto mi fece capire il dottor Martin che esegui’ l’operazione, gli sono stati tagliati solo gli indici per le impronte da dare agli americani. Purtroppo il dottor Martin non puo’ piu’ parlare. E’ morto”.

Cerchiamo l’ospedale Senor de Malta. Alle spalle della struttura nuova, c’e’ ancora il vecchio ospedale. Attraversiamo un cortile. Il medico che ci fa da guida ci mostra dove furono portati i corpi dei guerriglieri uccisi. Lui e’ convinto che fossero in sette. “Guevara e altri sei. Non capisco perche’ tutti dicono cinque. Loro restarono nel cortile e Guevara invece fu portato alla lavanderia”.

La vecchia lavanderia esiste ancora, sta a pochi metri. E’ diventato un luogo di culto. Troviamo graffiti su tutte le pareti gialle e scrostate. La scritta piu’ frequente e anche scontata sottolinea che “El Che vive”. Poche firme, le scritte sono quasi tutte anonime: “Seguiremos adelante, seras nostra estrella” (ti seguiremo, sarai la nostra stella), “Asasinato, seguimos tu camino”, “El Che esta presente con sus ideas”. E la piu’ bella: “Che: eres de los muertos que nunca mueren” (ci sono dei morti che non muoiono).

Ricordate quella immagini? Il corpo del “Che” sulla barella, a torso nudo, con gli occhi aperti. Dopo aver girato quelle immagini (a proposito fu un operatore mitico, Hermes, che ancora lavora in Messico), il cadavere fu affidato a due infermiere che lo lavarono, preparandolo alla sepoltura. Abbiamo ritrovato una di quelle due infermiere. Si chiama Susana Osinaga. Abita ancora a Vallegrande. Non e’ ancora vecchia, anche se una frezza bianca le attraversa tutti i capelli.

“Quella notte. La ricordo benissimo. Erano le tre. E noi eravamo giovanissime. Il Che aveva un buco di pallottola alla tempia destra e un altro al cuore. I soldati che ci stavano vicino ci hanno raccontato che la fucilazione era tutta una bugia. Il Che era stato ucciso con la pistola dal colonnello Zenteno. Un gesto di rabbia perche’ Guevara gli aveva sputato in faccia. Quando e’ arrivato, gli ufficiali ci hanno fatto lasciare tutti gli altri pazienti per pensare a lui. Gli abbiamo tolto i pantaloni, tutto. Curioso, aveva tre paia di calzini, faceva freddo in montagna. Lo abbiamo lavato e poi gli abbiamo messo un pigiama nuovo. Quegli occhi bianchi e aperti li ho ancora dentro: sembrava che ci guardasse. E quella barba crespa. Era bello, come un Cristo. Mi hanno detto anche che l’aveva tradito una contadina perche’ i guerriglieri rubavano le galline. Ma la gente gli voleva bene, sapeste quanta gente e’ venuta quella sera”.

E dove sta adesso? “Non lo so. All’alba sono venuti a prenderlo. Quando l’ho lasciato era tutto intero. Non so dove l’hanno portato”.

Gia’, “donde va a estar el pobre Che?”, dove sara’ il povero Che? ci chiede -e si chiede- il sindaco Hoover Cabrera. Ma se e’ vero che e’ sepolto nel suo paese, vuole che rimanga qui. “Anche la figlia di Guevara, Aleida, ha ricordato che il padre diceva spesso che i guerriglieri devono riposare li’ dove sono uccisi. E noi siamo pronti a costruirgli un mausoleo. Voglio anche che l’8 ottobre di ogni anno sia commemorata la sua morte”.

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Un progetto solo in apparenza nobile e romantico. Il sindaco ha gia’ ricevuto infatti una sostanziosa offerta per sfruttare turisticamente l’eventuale scoperta. L’idea e’ di un’organizzazione milanese, la “Coopi” (sta per “cooperazione italiana”) che opera da anni a Cochabamba. Paolo Barduagni, che ne e’ il coordinatore, ha le idee chiare: il progetto puo’ andare avanti anche se il corpo di Guevara non si trovasse. E’ pronto infatti un piano generale di promozione della zona. La spina dorsale dovrebbe essere una “Ruta del Che”, un cammino del Che che toccherebbe questo itinerario. 1) Accampamento centrale di Nancahuazu Guevara dove fondo’ formalmente la sua guerriglia il 7 novembre del 1966; 2) Samaipata, il primo villaggio occupato, come dire la prima vittoria; 3) Vado del Yeso, la prima cocente sconfitta; 4) Quebrada del Yuro, il canyon dove il Che fu catturato; 5) La Higuera, dove fu detenuto e ucciso; 6) ospedale di Vallegrande, dove il cadavere fu mostrato al mondo; 7) dove (forse) il Che e’ sepolto.

E se le ricerche all’aeroporto andassero a vuoto? Nessun problema, la “ruta” si fermerebbe al punto sei. Anche perche’ il sindaco Cabrera non e’ disposto a rinunciare all’offerta: seicentomila dollari, quasi un miliardo di lire. E’ proprio vero, “pobre Che”, povero Che.

Fotoreportage di Pino Scaccia da Vallegrande (Bolivia): qui sopra la pista dell’aeroporto dove sono stati ritrovati i resti di Guevara. Sopra la lavanderia dove fu deposto il corpo del “Che” subito dopo l’uccisione.

4 pensieri su “Bolivia, sulle tracce del “Che”

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