La strage di Nassiryia

Undici pagine di verbale. L’interrogatorio nell’ambasciata italiana di Baghdad davanti a quattro carabinieri del Ros e un sottufficiale americano. A parlare e’ Said Mahmoud Ubdelaziz Haraz, 36 anni, uno dei colonnelli di al Zarqawi in Iraq. Racconta, nei dettagli, la strage di Nassiryia. Partendo da due premesse inquietanti. L’idea di attaccare il contingente italiano era nata ai primi di ottobre del 2003 ed era diventata operativa dopo il sopralluogo di Said. “Ci accorgemmo che era molto facile colpire quella caserma in pieno centro della citta’”, rivela. L’attentato era stato programmata per la meta’ di ottobre. A Ramadi furono preparati i due mezzi esplosivi: un’autocisterna e un’ambulanza. Partirono insieme ma l’autocisterna, carica di tre tonnellate e mezzo di esplosivo, fu fermata dalla polizia irakena nei dintorni di Kut. Ecco l’altra circostanza inquietante. La polizia, racconta Said, chiese diecimila dollari per restituire quel carico. Troppo. Ci furono giorni di trattative finche’ i poliziotti non si accontentarono di molto meno, appena trecento dollari. Cosi’ all’alba del 12 novembre l’autocisterna fu riconsegnata ai terroristi, anzi fu proprio un poliziotto a portarla fino al confine della regione di Wasit. Trecento dollari per una strage. A bordo dei due mezzi salirono i martiri prescelti, due ragazzini di vent’anni: Abu Zubeir al Saudi e Abu Abdallah Orduni. Said controllo’ da lontano l’ecatombe poi ando’  via, su un autobus di linea. “L’obiettivo era piu’ politico che militare – spiega oggi – dovevamo colpire gli alleati degli americani, dare un esempio. Lo aveva deciso la “shura” , il consiglio dei saggi. Al Zarqawi e’ solo l’esecutore delle loro decisioni”.

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