Kennedy, il quarto sparo

Venerdì 22 novembre 1963. In quel maledetto mezzogiorno da cani a Dallas, c’era un cecchino anche sulla collinetta erbosa. D. B. Thomas, uno dei massimi esperti dell’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, non ha più dubbi. E può dimostrare la sua teoria con un’attendibilità altissima, tanto che la quota di certezza è del 96,3 %. Con uno studio scientifico, pubblicato dalla prestigiosa rivista “Science and Justice”, che analizza la “colonna” dei rumori registrata dai due canali radio della polizia, Thomas svela un “quarto sparo”. Quello letale che fece esplodere la testa dell’inquilino della Casa Bianca. Un proiettile che non proveniva dal deposito dei libri scolastici posto alle spalle rispetto alla marcia della Lincoln presidenziale, ma di fianco, dal poggio erboso. E’ la conclusione che, disperatamente e invano, il procuratore di New Orleans, Jim Garrisson tentò, dal 20 gennaio al 1 marzo 1969, di provare in tribunale. La sua indagine, coraggiosa e pericolosa, è stata ricostruita, nel 1991, nelle sequenze di “JFK”, il capolavoro di Oliver Stone.
La morte di Kennedy è il grande mistero americano. Mai esorcizzato non soltanto per una questione di paranoia, ma perché la commissione Warren non ha mai convinto l’opinione pubblica. Il suo dispositivo finale indicava in Lee Harvey Oswald l’unico e folle colpevole. Tre colpi con fucile squinternato e celebre per la sua bassissima affidabilità di precisione, in un lasso di tempo tanto stretto, avrebbero dovuto ferire non soltanto Kennedy, ma anche il governatore del Texas Connoly e un cittadino che assisteva alla sfilata dall’imbocco del sottopassaggio sulla Dealay Plaza. Una valutazione contraddetta, secondo la scansione matematica dei secondi (poco più di 6) impiegati per mirare, caricare e tirare, dalle immagini del film amatoriale del sarto Zapruder. La commissione Warren così inventò la “pallottola magica”: se un colpo era andato a vuoto (ghermendo il testimone) e un altro aveva centrato, alla nuca, il capo di Kennedy, quello rimanente aveva osservato una traiettoria tanto tortuosa quanto incredibile, lacerando la schiena di Kennedy, uscendo dalla sua gola per poi cogliere il corpo del governatore. Una menzogna sfacciata, ma per anni i fotogrammi di Zapruder restarono confinati in una cassaforte e soltanto Garrison ottenne, con un’ingiunzione, la prima proiezione in pubblico nell’aula di New Orleans. I giurati, come ammisero dopo la sentenza nelle interviste permesse dalla legge della Louisiana, erano d’accordo sulla congiura, ma deliberarono su un verdetto di non colpevolezza perché non erano affatto sicuri del coinvolgimento dell’imputato, l’uomo d’affari e agente della Cia, Clay Shaw.
Jim Garrison durante la sua requisitoria aveva ammonito: L’analisi di D. B. Thomas arriva alle stesse conclusioni e su basi prettamente scientifiche, facendo piazza pulita sia dell’ipotesi di una commissione della Camera dei Deputati (che, nonostante si fosse espressa già nel 1979 per la congiura, ritenne il quarto sparo ininfluente, avendo probabilmente fallito la macchina già partita a gran velocità) sia del referto degli scienziati della National Academy of Science (secondo i quali la radio della polizia aveva amplificato solo disturbi di ricezione). Tesi sospette che ricordano non soltanto la deriva immaginifica della commissione Warren, ma anche la strana e frettolosa autopsia del cadavere del presidente con gli appunti dei pataloghi distrutti e la sparizione di quanto restava del cervello di Kennedy.
Ricordiamo la ricostruzione dell’agguato secondo Garrison: furono almeno sei gli spari e da tre diverse postazioni. Il primo mancò il bersaglio, il secondo colpì Kennedy alla gola dal davanti, il terzo lo raggiunse alla schiena, il quarto toccò a Connoly, il quinto, rimbalzando sull’asfalto, sfiorò la guancia dello spettatore Tague in piedi all’ingresso del tunnel, il sesto, esploso dalla collinetta erbosa, produsse la ferita mortale alla testa, spingendo il presidente indietro e a sinistra, con un movimento (filmato da Zapruder) come soltanto un impatto frontale può generare. Non c’è contraddizione sostanziale tra Thomas e Garrison: conta l’aver superato la fatidica soglia dei tre proiettili e dunque l’impossibilità di Osvald (o di chi si era appostato nel deposito) di essere l’unico killer.
E allora, se il “come” dell’assassinio venisse ribaltato, resterebbero da chiarire il chi e il perché. Secondo Jim Garrison, il colonnello Leroy Fletcher Prouty (il “mister X” in carne ed ossa del film di Stone) e la maggioranza dei “complottisti” si sarebbero trattato di un vero e proprio golpe dell’apparato militare-industriale ( il “cartello” affaristico-ideologico denunciato come insidioso nemico interno della democrazia americano nel discorso d’addio alla Casa Bianca del presidente Dwight David Eisenhower, certamente non sospettabile di odio verso l’esercito) per impedire a Kennedy di ritirarsi dal Vietnam e dunque di far abortire una guerra che avrebbe prodotto un giro di speculazioni in armamenti da miliardi di dollari. Una congiura alla quale parteciparono la Cia, la mafia, l’Fbi e i poteri forti economici e politici. Un regicidio in piena regola che se appurato, al di là di ogni ragionevole interrogativo, porterebbe a una sconvolgente dimensione con gravissimi dubbi sulla leggittimità costituzionale dei successori di Kennedy, da Johnson a Bush Jr. Al confronto, i brogli elettorali in Florida sarebbero una comica. Natalino Bruzzon
C’è un’altra verità, come tanti sospettano, dietro l’uccisione di Robert F.Kennedy, avvenuta in un hotel di Los Angeles nel giugno del 1968? Alcuni periti balistici pensano di sì. Kennedy, sostengono, sarebbe stato colpito da una seconda persona appostata alle sue spalle e non da Shiran Shiran, l’uomo condannato all’ergastolo per il delitto. La teoria – non nuova – è stata illustrata durante un congresso svoltosi nel Connecticut. Un perito balistico, Robert Joling, che ha indagato per 40 anni sull’attentato, è giunto alla conclusione che il colpo fatale non poteva venire dalla pistola di Shiran che si trovava davanti al bersaglio e che, stando alle testimonianze, non si sarebbe mai avvicinato alla vittima. E’ invece più probabile che un secondo tiratore abbia sorpreso il senatore sparando da una posizione defilata e alle spalle. L’autopsia ha infatti confermato che tre colpi hanno raggiunto Kennedy da dietro con una traiettoria dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra. Inoltre il proiettile fatale sarebbe stato esploso vicino all’orecchio: infatti ha lasciato una traccia di bruciatura.C’è un’altra verità, come tanti sospettano, dietro l’uccisione di Robert F.Kennedy, avvenuta in un hotel di Los Angeles nel giugno del 1968? Alcuni periti balistici pensano di sì. Kennedy, sostengono, sarebbe stato colpito da una seconda persona appostata alle sue spalle e non da Shiran Shiran, l’uomo condannato all’ergastolo per il delitto. La teoria – non nuova – è stata illustrata durante un congresso. Un altro esperto, Philip Van Praag, esaminando un nastro registrato da un giornalista canadese al momento dell’agguato, ha determinato che sarebbero stati esplosi almeno 13 colpi mentre l’arma di Shiran ne poteva contenere solo otto. Van Praag ha aggiunto che la seconda arma poteva appartenere ad un agente della scorta, il quale interrogato aveva fornito una versione poco plausibile. Le ricostruzioni dei due «tecnici» potrebbero riaccendere le polemiche sull’indagine. La tesi ufficiale del coinvolgimento del solo Shiran non ha mai convinto del tutto e ciò ha alimentato molte teorie su chi avesse organizzato il complotto: dalla mafia agli avversari politici. Un mistero fitto quanto quello dell’assassinio del fratello John a Dallas. Anche nell’uccisione del presidente è probabile che i killer fossero diversi, appostati in modo da poter aprire il fuoco su ogni lato del corteo.

2 pensieri su “Kennedy, il quarto sparo

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