Colombia, una terra sempre in guerra

Bogotà, 2000

Non è facile entrare al Cartucho. Molto più difficile uscirne. Siamo nel quartiere più duro di Bogotà in quello che alla polizia colombiana chiamano il giorno della grande illusione. L’ultimo tentativo cioè di liberare la parte orientale della città dai disperati che l’hanno occupata, violata, incenerita, umiliata. Ore di battaglia, sassi contro manganelli. Poi l’ennesima resa delle forze dell’ordine. A due passi dall’inferno c’è la Calle 26, l’arteria principale della capitale che taglia in due la città, quasi un osservatorio permanente sulla Colombia che cambia.
Tenente Saul Lopez:”Qui la violenza è radicata, difficile da estirpare. E’ sicuramente un problema sociale prima che di ordine pubblico. Ma piano piano il Paese sta alzando la testa, cerchiamo tutti insieme di risolvere i problemi economici che sono il vero dramma della Colombia. Certo è una guerra e vogliamo vincerla, ma noi poliziotti da soli non possiamo farcela”. 
“El Cartucho” è solo una faccia della Colombia. La faccia della guerra: antica, dolorosa, infinita . Per capire se e quando la guerra finirà, ecco la storia di un viaggio all’interno del pianeta Colombia, un Paese di clamorose contraddizioni. Felice e insaguinato, ricchissimo e poverissimo, con gente molto civile e criminali spietati. Un Paese che è il crocevia e insieme il simbolo mondiale della droga, ma dove nessuno si droga.
Il nostro viaggio comincia naturalmente da Bogotà, la capitale, una megalopoli (sei milioni di abitanti) con grattacieli e baracche: quasi la sintesi di questa Colombia a due facce. La guerra. Tante guerre. Prima quella politica, combattuta con l’ostinazione di una faida. Poi la guerriglia e soprattutto i narcos. Trentamila morti l’anno. Quanti morti. Troppi. Povera Colombia, da cinquant’anni in trincea. Una terra bellissima dove la “violencia” è mitica, selvaggia, naturale. Ci sono tanti detti fra questa gente, come per tutti i fantasiosi popoli sudamericani, ma uno li riassume tutti ed è drammatico: con il “plomo” o con il “plata”, cioè con il piombo o con il denaro. Come dire che non c’è via d’uscita: o si corrompe o si uccide, comunque la legge è quella della violenza. E’ una giornata di lavoro pesante, anche oggi per i poliziotti. Quelli puliti, che sono rimasti dopo il repulisti. In due anni ne sono stati cacciati quasi quattromila, pensate. Tutti al soldo dei narcos. Fa caldo, anche se siamo oltre i tremila metri. Si fatica a respirare. Ancora un volo, in elicottero. Bisogna colpire dall’alto. La squadra speciale antinarcos oggi è sopra un campo di amapola a Santander de Quilichao. Anche questo distrutto. Si va avanti. Bisogna continuare a colpire, senza soste. L’operazione riguarda adesso i laboratori di cocaina. C’e’ la polvere già pronta ma questa per fortuna non arriverà mai ad incrementare il mercato della morte bianca. I tredicimila consumatori di cocaina nel mondo. Un flagello.
Siamo a Guacamaya. Sono arrestati tutti quelli che lavorano. Non si sorprendono più di tanto. Se lo aspettavano. Come adesso aspettano che i boss del traffico li tirino fuori del carcere, appena possibile. Il gioco è questo, da sempre. Con il piombo o con il denaro. Se vi sembra un gioco. Chi combatte i narcos deve essere preparato, e duro, come loro. Queste sono immagini inedite: un campo di addestramento segreto delle squadre speciali. I superpoliziotti colombiani sono 2500, preparatissimi, ben pagati. L’operazione costa molto : un miliardo di lire l’anno, una cifra enorme per un Paese in grave crisi economica. Ma il governo sa pure che questa è la battaglia da vincere.
Il capo della polizia antinarcotici è il colonnello Leonardo Gallego. Figura popolarissima da queste parti. Il nemico numero uno dei trafficanti: un ruolo che il comandante ama e non lo nasconde. Un pizzico di megalomania non cancella però risultati eccellenti. Col. Leonardo Gallego – comandante antinarcotici: “Certo che sono il nemico dei narcos. Da quando dirigo la squadra, ne ho arrestati mille e quattrocento. Ho ridotto le coltivazioni del settanta per cento. Ed è solo l’inizio. Ci stiamo preparando per il colpo finale e loro lo sanno. Una cosa è certa. Abbiamo disarticolato tutta l’organizzaizone. I grandi cartelli non esistono più, da anni. Prima l’uccisione del superboss storico, Pablo Escobar, poi la cattura anche di quelli che l’avevano sostituito, i fratelli Orrequella. Cosi prima abbiamo distrutto Medellin poi anche Cali. Adesso c’è una serie di ‘cartellini’, almeno un centinaio, agguerriti sicuramente ma tutti indipendenti e quindi non forti. Bisogna dar atto al governo della Colombia della grande volontà di sconfiggere questa piaga che insanguina e umilia il nostro Paese. E’ un impegno pesante, ma è anche evidente che la Colombia non può combattere questa grande battaglia da sola. Qui, è vero, si producono le foglie ma senza i precursori chimici non potrebbero mai diventare cocaina. E quelli vengono dall’Europa,dagli Stati Uniti, dai Paesi industrializzati. Forse la colpa non è tutta nostra“.
I fratelli Orrequella, gli ultimi boss, sono rinchiusi alla “Modelo”. Ironico paradosso per chiamare uno dei più terribili carceri del mondo. Non è facile spiegare. Per dare un’idea diciamo che quando un recluso è destinato alla “Modelo” dice, assolutamente senza ironia: “Vado all’inferno”. Entriamo anche noi all’inferno. Un carcere nato per tremila detenuti, ne ospita quasi il doppio. Siamo ancora nel cortile del carcere quando arrivano altri detenuti. Ne arrivano, ci dicono, a decine, ogni giorno. Non dovrebbe esserci più posto, da tempo, ma nessuno li rifiuta. La situazione è sempre più infernale. Ci sono anche tanti italiani. Ventotto. Alcuni sono nel patio 1, il reparto di massima sicurezza. Non ci fanno entrare perchè anche oggi ci sono stati -ci dicono in direzione- due tentativi di evasione. E non ci dicono invece quello che ci sussurrano i detenuti: che ci sono stati anche due omicidi, la solita media giornaliera. Una tragica prassi, insieme alle rapine e ai soprusi di chi comanda, ci confida un italiano che preferisce non farsi vedere perchè in carcere si sa tutto e se sanno che ha parlato… Ci racconta anche che alla faccia della sicurezza, tutti hanno pistole in tasca e telefoni cellulari, pagano milioni per le feste dentro la cella e insomma comandano loro. Tanto è vero che ogni tre mesi alla “Modelo” cambia il direttore. Insistiamo per entrare con la telecamera. Impossibile: loro non vogliono. Cioè non vogliono i boss. Ma con la direzione arriviamo a un accordo: ci daranno le immagini. Ed ecco dunque documentata la storia dell’ennesimo tentativo di fuga. Due tunnel quasi completati che portano all’esterno. Se davvero comandano loro, perchè allora le evasioni non riescono? chiediamo. Perchè forse si sta meglio qua dentro che fuori, ci rispondono. Figuratevi fuori. Ma è solo una battuta. Il giorno dopo l’evasione riesce. Scappa un’intera banda, in quindici, agli ordini di un piccolo boss, Elver Cubillos. Una fuga costata tre morti.
Massimiliano Fodarella è uno dei ventotto italiani rinchiusi nel carcere di Bogotà. Ex carabiniere, chiamato da tutti Max, lui non ha paura di parlare anche perchè, ci spiegano gli altri, lui è un uomo di rispetto qua dentro. Arrestato con altri quattro con venti chilogrammi di cocaina, è stato condannato a otto anni di carcere. Parla per dichiarare la sua innocenza. Lui non è un narcotrafficante, giura, anche se forse adesso dovrà diventarlo. Ed è l’aspetto più inquietante del suo racconto. Il giorno dopo visitiamo un altro carcere di Bogotà, quello femminile. Le detenute italiane sono tre. Una si chiama Angela e rischia molti anni di reclusione. E’ stata arrestata con Max e preferisce il silenzio. Le altre due hanno voglia di parlare, anche se ci chiedono di non sbandierare le loro facce perchè a casa, in Italia, tutte e due hanno figli e rischiano di perderli. Queste dunque sono le storie di Miriam e Linda.
Miriam è di Verona, trent’anni di una vita sciagurata e sfortunata. Dovrà passare altri cinque anni in carcere. E’ stata presa con un chilo e mezzo di cocaina all’aeroporto di Bogotà, a metà luglio, il giorno prima del suo compleanno. Non nega di essere una “mula”, una corriera della droga. Ha un figlio in Italia e un altro in Colombia.
Linda ha l’aspetto e soprattutto l’età di una bambina. Anche se è già mamma. Anche lei è stata presa con la droga (quasi mezzo chilo) all’aeroporto. L’aveva indosso ma ha negato ogni responsabilità ed è ancora in attesa di giudizio. Di origini somale, ha la pelle scura ma è nata e cresciuta a Roma. “Fai conto che sono un pò abbronzata” riesce ancora a scherzare. Quando Linda ci saluta, piangendo perchè ci ha appena fatto vedere le foto del suo bambino, ci fa con un pizzico di rabbia: “Chiamami 55597, Ormai sono solo un numero, come tutte qua dentro“.
Per tutti questi numeri tristi e disperati, oggi alla “Buen Pastor” hanno inventato una festa. Si canta, si balla, rigorosamente fra detenute. Alla nostra meraviglia risponde la responsabile del programma di riabilitazione, che è poi anche la figlia del ministro della giustizia. Patricia Guellard – riabilitazione detenute: “So che non è facile regalare un momento di serenità a queste ragazze cosi sole e cosi provate, ma noi tentiamo , proviamo cioè a creare almeno per un pomeriggio l’illusione di normalità. Perchè ancora non sapete qual è la vera, grande sorpresa della festa“. Ci mettiamo poco a scoprirlo. Bastano le urla delle detenute. Hanno organizzato uno spettacolo che in Colombia è trasgressivo anche fuori di queste mura drammatiche. Uno strip maschile. Ci sono tutte. In prima fila c’è Natalia, vita disgraziata, l’ultimo – in neppure vent’anni di vita- di quattro arresti a New York piena di cocaina, una corriera della droga famosa e temuta, ma soprattutto bella, tanto che per tutti è ormai “miss carcere”.
Ed ecco di nuovo la Colombia dalle mille facce, la terra delle contraddizioni. Un carcere dove c’è chi fa festa e dove, come al patio 2, il più infernale di tutti, restano chiuse ragazze ridotte come bestie. E’ vera forse la festa ma purtroppo è sicuramente vera, e triste, quest’altra vita, senza mai vedere il sole , nè un sorriso. I corrieri della droga. In Colombia escono tonnellate e tonnellate di sostanze stupefacenti, soprattutto di cocaina, ogni giorno. Sulle navi e su piccoli aerei da turismo. Solo una minima parte passa con i “muli”, i corrieri: una tonnellata su seicento. Eppure sono sempre solo loro ad essere arrestati, nonostante i meccanismi cambino continuamente, per eludere i controlli. Ma è molto facile da queste parti trovare altri “muli”, ci spiega il difensore d’ufficio di numerosi narcopostini, avv.Plinio Chaparro.
– Come avviene il passaggio?
Bisogna pensare che le persone povere qui in Colombia sono moltissime. E i narcos sanno bene dove e da chi andare per arruolare corriere. E’ una negoziazione: loro offrono soldi per portare droga e trovano tanti disgraziati che accettano“.
– Quanto vale un chilo di cocaina per un corriere?
“Un chilo di cocaina vale cinquemila dollari“.
– Ci sono sempre piu’ stranieri fra i corrieri.
Sì, molti. Italiani, spagnoli, tanti europei“.
– E perchè stranieri?
Perchè sono meno controllati dei colombiani. E’ più facile“.
Una delle battaglie più difficili è quella contro i guerriglieri. Il fatto nuovo è che c’è un patto fra la guerriglia e i narcos. Anzi, i fatti nuovi sono due. La novità è anche che la Colombia, da centrale di smistamento della droga, si è ormai trasformata in Paese produttore, sostituendo Perù e Bolivia annientate dall’azione dura, incisiva, costante delle Nazioni Unite. Il mercato si è spostato dunque più a nord, in Messico. Ma l’offensiva della società civile continua. Pino Arlacchi, direttore del programma antinarcotici delle Nazioni Unite, è venuto in Colombia per tentare un accordo. Stava per incontrare il capo del Farc, l’inafferrabile Marulanda (eccolo in una rarissima immagine), quando l’omicidio di tre cittadini statunitensi ai confini con il Venezuela , ha bloccato tutto. Perchè gli stessi guerriglieri hanno ammesso la responsabilità della strage. Non si può trattare con chi uccide. Sicuramente però bisogna andare avanti.
Chi sono i guerriglieri? Sono i responsabili, in gran parte, del sangue in Colombia. Cifre impressionanti. Ogni anno: trentamila omicidi e 2500 sequestri di persona a scopo d’estorsione. Colpiti soprattutto gli stranieri, in grado di pagare. Tempo medio di un sequestro: sei-sette mesi. Il riscatto in genere intorno ai trecento milioni di lire. Attualmente i sequestrati in mano dei guerriglieri sono diciannove. Tre italiani. Raccogliamo la storia di Danilo Conta. Quasi cinquantenne, trentino, piccolo imprenditore della ristorazione, Conta è stato rapito una sera d’estate di due anni fa in una villetta nel dipartimento di Caldas e rilasciato per cento milioni di lire dopo sette mesi di prigionia. Esattamente 219 giorni passati sulle Ande con il nono fronte del Farc. I guerriglieri sono circa trentamila. La metà milita nel Farc (forze armate colombiane) divise in una settantina di divisioni. Danilo Conta in quei mesi sulla montagna ha perso trenta chili. Un’esperienza drammatica e pesante che serve anche a capire chi sono i guerriglieri, i banditi-campesinos. “Tutti bambini. Gli ho anche insegnato a leggere e scrivere“.Danilo Conta non è fuggito, come hanno fatto altri. Non è scappata neppure una signora coraggio che incontriamo a Bogotà. Gli obiettivi dei narcos sono i poliziotti, i giudici e spesso i giornalisti che denunciano le collusioni. Il maggiore quotidiano della capitale, “El Espectador” è da anni sotto tiro: sei redattori sono stati uccisi e anche il direttore Guillermo Cano, il primo ad attaccare Escobar. Incontriamo la sua vedova. Anamaria Cano: “La mia vita oggi è molto agitata. Come si fa a pensare di rischiare la vita per un articolo o un titolo. Non sono coraggiosa, ma bisogna fare qualcosa”. Anamaria Cano in realtà è molto forte perchè ha il coraggio del pudore. Quasi piangendo, di nascosto, ci confida un desiderio. D’incontrare per una volta i criminali. Per chiedergli perchè. Il perchè di tutta questa violenza, dell’odio. Per chiedergli come fanno a dormire. Soprattutto per chiedergli se un giorno smetteranno”.
Per capire qualcuno di questi perchè, visitiamo Medellin, la città di Pablo Escobar, un analfabeta ladro di biciclette che è riuscito, fino a quando non è stato ucciso, a trasformare piccoli traffici di disperati in un malaffare universale. Medellin, piccola capitale seduta sull’equatore a quasi duemila metri d’altezza, si vede che è cresciuta troppo in fretta. In mezzo secolo da trentamila a due milioni di abitanti. Il nord è a sud e il sud a nord: in questa terra capricciosa insomma lo sviluppo è nato a meridione e lì stanno i ricchi. Anzi, straricchi perchè chi fa soldi con la coca ne fa tanti. Qui a “El poblado”, la zona residenziale, si dice che non ci sia un mattone che non trasudi di polvere bianca. E guai a chi parla male del “doctor Pablo” sul quale fioriscono leggende come se fosse stato un eroe e c’è chi giura che in realtà sia ancora vivo.Certamente il suo fantasma aleggia ancora sul quartiere di Aranquez, nella parte nord di Medellin, regno indiscusso dei sicarios. Tutti giovanissimi, massimo sedici anni. Uccidono per venti dollari e dopo ogni omicidio vanno in chiesa a mettere un cero. Ci sono ragazzi che a vent’anni hanno già più di cento omicidi sulla coscienza. Dicono che Pablo Escobar sia stato venduto da quelli di Cali, terza città della Colombia, clima e atmosfera tropicali, dominata dai fratelli Gilberto e Miguel Orrequella. Questa era la loro fortezza nella “Ciudad Jardin”, la città giardino. Anche loro l’hanno pagata : un pentito li ha traditi in cambio di clemenza davanti a un tribunale di Miami. Ma forse comandano ancora, dal carcere di Bogotà. Una sera a Cali conosciamo Francisco, un ex grande musicista jazz. Da quando il bazuco gli ha devastato il cervello suona con i ragazzini per strada. Il bazuco è una droga micidiale perchè è poverissima, per disperati: resti di cocaina, resti di marijuana, polvere di cemento addirittura. Siamo al “barrjo d’invasion”, letteralmente il quartiere occupato, una baraccopoli dove è impossibile un censimento ma dove si presume vivano cinquecentomila persone. Vivere è un modo di dire. Anche se nessuno rinuncia alla “buglia”, al baccano, alla festa. Basta passare un ponticello e ti ritrovi all’inferno: eppure qui la gente finge di vivere una vita normale. Fra le baracche scopriamo cinque discoteche e addirittura due “amablados”, due bordelli. Ma anche una chiesa, con un missionario coraggioso, padre Mario. Eccola dunque la Colombia. La terra degli smeraldi e delle orchidee: potrebbe essere ricca e serena, e invece continua a piangere.
Il nostro viaggio finisce vicino al Magdalena, un fiume grande quanto il Danubio, pieno di storie e di leggende, che Simon Bolivar scelse per l’ultimo viaggio. E fra le tante storie che si raccontano da queste parti ce ne sono molte che parlano di speranza. Non ci sembra giusto non renderne conto. E il nostro viaggio ci sembra realmente concluso solo fra queste facce giovanissime e belle che illumineranno il domani della Colombia. Come per dire che questo Paese non si rassegna. E vuole vivere.

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