Auschwitz

Il mio viaggio ad Auschwitz, dieci anni fa. Tutto e’ come allora, cinquant’anni fa. All’ingresso di quello che e’ stato definito il monumento alla follia, c’e’ ancora la scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi, l’ultima illusione degli ebrei che venivano qui convinti di lavorare, non di morire, spesso subito: senza neppure il tempo di fare il giro del campo, soprattutto di capire. Ci sono ancora quei corridoi infiniti, allucinanti dove vecchi, donne e bambini erano spinti letteralmente nell’estremo viaggio: sono intatti, stretti dal filo spinato. C’e’ ancora addirittura il cartello dell’alta tensione. Come ci sono ancora le baracche dove vivevano come bestie quelli che non avevano la fortuna di morire subito. Soltanto qui, tra Auschiwtz e Birkenau, furono uccise, in maniera sistematica, un milione e mezzo di persone. Questo non e’ soltanto luogo di genocidio ma anche il piu’ grande cimitero di popoli del mondo. Per gli ebrei e’ il simbolo dell’olocausto ma rappresenta l’evento piu’ tragico della storia anche per zingari e polacchi. “Un luogo – come disse Giovanni Paolo II – costruito a negazione della fede e basato sul piu’ profondo spregio di tutti i valori umani”. A Birkenau ci sono ancora le rotaie dove da ogni parte d’Europa arrivavano i treni merci con i deportati. E le camere a gas dove finivano anche in duemila alla volta. Una strage costruita a tavolino. Il cianuro agiva in fretta e i resti di quei disgraziati, massa inerte, aggrovigliata nello spasimo di un disperato tentativo di salvezza, finivano nei forni crematori, accesi un’ora prima, al sibilo del treno. Come ultimo segno dell’odio, ai limiti del campo, c’e’ la forca a cui fu impiccato, nel ’47, Franz Hess, fondatore e comandante di Auschiwtz.

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2 pensieri su “Auschwitz

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