La miopia di un ministro ex guerrigliero

Tarso Genro, oggi governatore dello Stato brasiliano del Rio Grande do Sul è stato il ministro della Giustizia del governo Lula. È stato lui a concedere lo status di rifugiato politico all’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo, Cesare Battisti. In questa intervista esclusiva, Genro spiega nel dettaglio il pensiero politico che sta alla base della decisione dell’ex presidente Lula di non concedere l’estradizione al terrorista dei Pac. Il testo dell’intervista è stato letto in anteprima da Genro e dal suo staff che hanno confermato anche la traduzione italiana. Un testo che farà sobbalzare i nostri lettori e che mostra chiaramente la contraddizione ideologica in cui è caduto il governo di Lula. Paragonare l’Italia degli anni di piombo al Brasile della dittatura (1964-1985) è un macroscopico errore storico e denota una grave miopia politica. In questo modo, come sottolinea bene nell’editoriale di CartaCapital uno dei più autorevoli giornalisti brasiliani, Mino Carta, peraltro di origini genovesi, con questo distorto ragionamento si porta a mettere l’attuale presidente Dilma Rousseff (che si è battuta contro la dittatura brasiliana e per questo è stata in carcere tre anni e torturata) sullo stesso piano di un Cesare Battisti qualsiasi, condannato in Italia all’ergastolo per 4 omicidi.

In Italia la decisione di concedere il rifugio a Cesare Battisti ha scatenato una polemica a volte feroce e sterile con il Brasile. Come superare questa impasse?
«Credo debba essere superato a livello diplomatico. Il popolo italiano è amato qui in Brasile. Questo disagio passerà, come passerà anche il disagio morale di tutti gli italiani davanti al mondo per l’attuale governo che si ritrovano, e per l’inciviltà e le parole volgari usate da alcuni dei suoi ministri».

Lei ritiene che un singolo uomo possa mettere ko le relazioni tra due Paesi tradizionalmente amici, calcio a parte?
«No, non credo ci sia questa possibilità».

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato che «l’Italia non è stata capace di spiegarsi in modo corretto con un Paese amico come il Brasile». Cosa ne pensa? L’Italia non si è spiegata bene o si è spiegata sin troppo?
«Credo che il presidente Napolitano, un grande italiano e un uomo di mondo, possa avere ragione. La “volgarità” con cui hanno reagito alcuni ministri di Berlusconi nel tranciare giudizi sui giuristi brasiliani e sul nostro governo può avere inacidito eccessivamente la situazione».

Secondo lei la stampa, italiana e brasiliana, ha giocato un ruolo decisivo nel caso Battisti?
«Sì, un ruolo fondamentale perché le polemiche tornassero ancora una volta a travolgere questo caso. La stampa ha omesso il fatto che il Brasile in passato, e proprio per decisione del Supremo Tribunale Federale, avesse in casi analoghi già concesso il rifugio politico. È stato fornito solo il punto di vista italiano sulla questione e non si è fatta menzione dei fondamenti giuridici che sono alla base della mia decisione e di quella successiva del presidente Lula.

Non è stato detto che in Brasile i difensori dell’estradizione a Battisti sono gli stessi che difendono la non punizione dei torturatori del regime militare brasiliano. Si è taciuto sulla totale fragilità delle prove nel processo italiano contro Battisti. Non si è mai parlato della continua partecipazione straniera in Italia nella lotta contro le azioni terroristiche o sovversive nei cosiddetti “anni di piombo”. Non si è parlato dei documenti di Amnesty International sulle azioni anch’esse illegali commesse dalle autorità nei confronti degli “insorti” degli Anni Sessanta. Qui in Brasile la stampa ha persino omesso che lo stesso governo italiano ha sempre trattato Battisti come un violento sovversivo e come un agente politico anti-sistema».

In una intervista al portale brasiliano «iG» lei ha reagito duramente alla decisione del Supremo Tribunale Federale di non liberare Battisti e di lasciarlo in carcere a Brasilia.
«Il Supremo Tribunale Federale ha agito politicamente. È stato un intervento politico del Stf contro la legge e la Costituzione del mio Paese. Dall’inizio alla fine. Dal momento che la legge brasiliana determina l’interruzione del processo di estradizione quando l’autorità dell’esecutivo concede il rifugio».

Secondo lei c’è un rischio di conflitto di poteri in Brasile tra potere esecutivo (la decisione di Lula del 31 dicembre 2010 e, prima la sua) e il sistema giudiziario?
«No, non c’è rischio di conflitto tra i poteri. Il Brasile è una democrazia matura e la decisione del Stf, anche se fosse sbagliata, in qualsiasi senso, sarà accettata dagli altri poteri. Anche se dovesse usurpare i poteri costituzionali del Presidente della Repubblica brasiliana».

Lei ritiene che se fosse fatto oggi un processo a Battisti, con tutte le garanzie del caso e alla sua presenza, sarebbe dichiarato non colpevole?
«Non so sinceramente se lui sarebbe considerato non colpevole. Ciò che so è che nelle condizioni in cui il processo fu fatto all’epoca la sua condanna è impregnata di dubbi e in qualsiasi sistema giuridico democratico, il dubbio sulle prove è un dubbio che incide sullo stesso crimine. In dubbio pro reo, insomma».

Lei oggi è governatore del Rio Grande do Sul (nel Sud del Brasile, ndr) dove vivono molti figli e nipoti di emigranti italiani. Qualcuno si è lamentato con lei per la concessione dello status di rifugiato a Battisti?
«Durante la mia campagna elettorale sono state “inscenate” due manifestazioni sul caso. Entrambe ad opera di persone dell’estrema destra conservatrice del mio Stato. Hanno parlato e detto la loro e noi abbiamo risposto nel massimo rispetto».

Vuole mandare un messaggio all’Italia e agli italiani?
«Voglio solo ricordare al popolo italiano che giustificare l’estradizione di Battisti a partire dalla semplice etichetta di “terrorista”, come fanno alcuni esponenti della destra italiana o di altre parti politiche, non serve. E ricordare loro che anche io e altri, tra cui la presidente Dilma Rousseff, eravamo definiti dalla dittatura militare esattamente così, “terroristi”, quando in realtà lottavamo per il ritorno alle libertà democratiche». Paolo Manzo La Stampa

3 pensieri su “La miopia di un ministro ex guerrigliero

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