Storia di un sequestro molto “anomalo”. E del suicidio di un giudice accusato da altri giudici

IL RAPIMENTO DI SILVIA MELIS (E L’INTERVENTO DI GRAUSO)

L’ULTIMO INTERROGATORIO DI LOMBARDINI ( E IL SUICIDIO)

L’editore-imprenditore Nichi Grauso è stato assolto dalla squalificante accusa d’aver fregato al papà di Silvia Melis – la ragazza rapita nel 1997 nelle campagne di Tortolì – il riscatto di oltre un miliardo di lire. Schizzi di quell’accusa sporcarono l’onore e la dignità di un giudice perbene, Luigi Lombardini, che dopo un duro interrogatorio condotto nel tribunale di Cagliari da più pm arrivati in comitiva da Palermo s’infilò una pistola in bocca e la fece finita.

Allora Grauso, come si usa dire, è finito un incubo. «Sarebbe potuto finire anche prima se non avessi rinunciato alla prescrizione. E invece quando il pm ha chiesto la mia condanna a 9 anni di galera, ho detto ai miei avvocati Diddi e Bellavista di andare avanti. Volevo che la verità reale coincidesse con la verità processuale. E così è stato. Devo dare atto che il tribunale di Palermo ha avuto coraggio: sconfessare in modo così palese e plateale il teorema Caselli-Ingroia non era facile».

Assolto dall’accusa più grave, querelato (e condannato civilmente) per aver dato degli «assassini» ai magistrati palermitani. «Botte da centinaia di milioni di lire ogni volta. Tant’è che alla fine questi pm son stati costretti a mollare l’accusa nel processo per motivi di incompatibilità».

Pentito d’aver battagliato contro le toghe?«No. Ho lottato contro chi infangò Lombardini e provò a fregare il sottoscritto. Per quelle menzogne Luigi (Lombardini, ndr) si è ucciso e io ho penato 13 anni in tribunale. Oggi è comunque un bel giorno: sull’estorsione immaginaria la giustizia ha fatto il suo corso».

Ogni tanto capita.«Ma non finisce qui. Gli atti del processo, tutti, anche quelli più scomodi, li metterò su internet. È giunto il momento che la gente sappia come si distruggono le persone. Lombardini è morto innocente, ed è morto invano».

Perché si erano convinti che Lombardini avesse rubato il riscatto della Melis? «Ma nessuno ne era convinto! Questa tragica vicenda parte dai giochini di potere collegati alle unificazioni della procure. Lombardini era un ostacolo. Destinato ad alti incarichi, ogni qualvolta presentava una candidatura (per fare il procuratore di Palermo o quello di Milano) veniva silurato con l’apertura di procedimenti al Csm che poi finivano regolarmente con l’assoluzione quand’ormai era troppo tardi. Prendo in prestito le parole del gip di allora che per descrivere i rapporti fra Lombardini e i colleghi di Cagliari disse che erano improntati alla disistima se non al disprezzo reciproco».

Ora che è finito tutto, può svelare qual è la verità del sequestro Melis?«La verità è che c’era una ragazza sequestrata da 9 mesi, e c’era il padre che non voleva pagare il riscatto perché pretendeva che lo pagasse lo Stato com’era avvenuto per Faruk Kassam o per Casella. Vi era una situazione, pericolosa, di stallo. Silvia rischiava di morire. Così decisi di intervenire: mi proposi a Lombardini chiedendo se potesse darmi dei canali per il riscatto. Rispose che ero matto, e che non se ne parlava. Allora mi rivolsi all’avvocato dei Melis, Antonio Piras, che non sapeva come muoversi perché era sotto controllo e perché il papà di Silvia non era disponibile ad assecondare le richieste dei banditi. Così intervenni e risolsi entrambi i problemi. Attirai su di me la responsabilità del pagamento per la liberazione della ragazza, eppoi mi feci anche carico di quegli “impegni” che mancavano per finire di pagare il riscatto. C’era già un miliardo, io aggiunsi 400 milioni e nei quattro mesi successivi ne pagai altri 650. Comportamento lineare, il mio. Ma qualcuno s’è inventato l’estorsione al padre di Silvia, portando Luigi al suicidio e me alla sbarra. Uno schifo».

Prove dell’estorsione?«Nessuna. Dieci anni di processo hanno riscontrato quanto era già negli atti dieci anni fa».

L’interrogatorio di Lombardini poteva essere condotto con altre modalità? «Assolutamente sì! Il processo l’ha dimostrato: Caselli e gli altri pm arrivarono a Cagliari dopo aver chiesto al gip di Palermo un decreto di perquisizione dell’ufficio di Lombardini, che venne loro negato. Interrogarono Lombardini, che era già logorato di suo, con quei modi raffinati con cui si è soliti mettere a proprio agio una persona, e dopo aver licenziato l’avvocato del giudice, tirarono fuori un mandato di perquisizione che avevano compilato in quel momento adducendo motivazioni d’urgenza. Quel che è successo poi è un mistero. Lo sapranno le loro coscienze cos’è accaduto durante l’interrogatorio che ha preceduto il suicidio».

Lombardini era un giudice «spregiudicato»? «Se spregiudicato vuol dire restare nelle regole, essere pragmatico, badare al sodo, sì, lo era. Come hanno confermato giudici e poliziotti nessun sequestrato è mai tornato a casa senza pagare il riscatto. Ma con la Melis è successo qualcosa di anomalo: pagato il riscatto mi accorsi che c’era anche qualcun altro che trattava e pagava poiché le modalità della liberazione di Silvia non erano state quelle precedentemente concordate con me. Vi fu un intervento “parallelo” dello Stato che pagò per la “finta fuga” di Silvia. Che lo Stato adottasse queste “procedure” lo ha dichiarato il capo della squadra catturandi di Nuoro, l’ispettore Luigino Marongiu, uno dei maggiori esperti dell’antisequestro sarda».

Roba di servizi segreti…«Eh già. Il 14 agosto del ’98, Giorgio Napolitano dichiarò a più giornalisti che per Silvia Melis era stato pagato il riscatto e che i magistrati non ne erano stati informati. Di quali riscatti parlava Napolitano? Del mio, di quello dei Servizi, di altri? Lo abbiamo citato come testimone ma il tribunale ha ritenuto superfluo sentirlo».

Un’ultima curiosità: ma chi gliel’ha fatto fare di mettersi in mezzo?«Bella domanda. Arrivederci».

Gian Marco Chiocci per “Il Giornale

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