Quel Natale a Kabul

L’anno scorso mi sono salvato per poco: ho passato in Afghanistan (a Herat) “solo” il Capodanno, ma Natale sono riuscito a ritagliarmelo a casa. L’anno prima però non ci ero riuscito e ho passato tutte le feste a Kabul, come del resto ci avevo passato il primo dopo i talebani, nel 2001: un freddo da delirio, una tristezza infinita, il trauma due mesi dopo il botto delle due torri newyorchesi, un salto di secoli. Il passaggio da “un’umanità gaudente e disperata” come l’ha definita il Papa a un’umanità solo disperata. Un giorno qualsiasi, comunque, salvo il piccolo particolare di stare lontanissimi da casa.

Kabul, 25 dicembre 2007 – Mi dicono che a Flower street ci sia da giorni un albero di Natale che nessuno compra. Flower street è il proseguimento di Chicken street, la via famosa – quando si poteva girare tranquillamente – come punto di riferimento dei quasi-turisti che ci cascavano, appunto, come polli. Il negozio di fiori è quello dove ho fotografato, ricordate?, Shafique anni fa. Vende solo fiori finti e l’albero evidentemente è un’iniziativa per attirare ancora gli occidentali, da veri mercanti quali sono storicamente gli afghani. Volevo andarci oggi a vedere quell’albero, magari ci andrò domani, perchè il mio Natale è stato un giorno di normale lavoro, anzi più pesante del solito. Appuntamento in ambasciata per un brindisi con la comunità italiana.  Ho parlato a lungo con padre Giuseppe, abbiamo parlato della difficoltà di fare il prete in un mondo musulmano, ma anche della grande speranza di portare un verbo di pace, ma soprattutto sono stato a lungo a chiacchierare con i carabinieri del Tuscania perchè erano gli stessi del mio periodo più duro, fra i tanti,  a Baghdad.  Il resto della giornata l’ho passato da Nadir, in televisione, dove ho tramesso i servizi. Ho portato torroni dall’Italia e ho chiesto una foto di Nadìa, la bimba di Nadir. E’ stata felicissima del regalino. E’ stupenda, guardate che foto. E’ esaltante sapere di aver fatto sorridere un bambino. A noi costa così poco.  L’ultimo pensiero, da questo Natale lontano, è per chi come me oggi ha lavorato: infermieri, pompieri, poliziotti, chissà quanti altri. Ma soprattutto faccio gli auguri a quelli che non hanno fatto festa perchè non hanno niente da festeggiare.

2 pensieri su “Quel Natale a Kabul

  1. La verità carissimo Pino, è una verità crudele, piena di odio e guerra, tua compagna di vita . La verità che conosco io, è come la mia famiglia ha passato il Natale. Regali , regali, e ancora regali.
    Tu invece hai potuto vedere e toccare con mano, con la tua professionalità indiscutibile, l’altra faccia della medaglia, quella dell’orrore.
    La verità la scrivi tu; ” quelli che non hanno fatto festa perchè non hanno niente da festeggiare”. Certo che cosa, e in che modo si può festeggiare nel mondo dell’orrore?

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