Facce e pizzini

Tutti a meravigliarsi che nel covo di Giovanni Nicchi hanno trovato un albero di Natale.  Il ragazzotto, manco trentenne, era (dicono) il nuovo padrone dei malaffari di Palermo e abitava a un passo dal tribunale. Dov’è la sorpresa? Ricordo che nel nascondiglio di Giuffrè, luogotenente del superboss Provenzano, c’erano crocifissi e altarini per pregare. Per non parlare di Spatuzza così coinvolto misticamente che la conversione di Claudia Koll diventa una barzelletta. A Medellin, regno dei narcos colombiani, c’era un’abitudine radicata nei giovanissimi sicari: andare in chiesa dopo ogni delitto. Una cosa simile era in uso fra i sequestratori sardi. Pure della famiglia di Totò Riina si è sempre detto “casa e chiesa”. Insomma, le bestie non hanno mai la faccia da bestie, sennò sarebbe troppo facile. Non solo i criminali, neppure i mostri hanno facce da mostri. Dopo ogni strage avete mai sentito i vicini? “Sembrava una così brava persona”. Piuttosto di Nicchi, arrestato l’altro ieri, avrei approfondito un altro aspetto. Trattava con i suoi uomini attraverso i soliti “pizzini”, cioè bigliettini infilati nei pacchetti di sigarette. Strano per uno che ha ventotto anni. Le ultime rivendicazioni delle brigate rosse sono partite da web-cafè e da tempo anche i terroristi islamici usano internet per trasmettere ordini e informazioni. Forse non è ignoranza, ma la forza della mafia: la tradizione.

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