L’arresto di Totò Riina

2003

  Palermo, giugno 2003. Via Gianlorenzo Bernini e’ una via isolata, discreta, piena di ville nascoste dai muri di cinta. Un posto perfetto per chi vuole nascondersi ma non sparire, perche’ e’ a un passo del centro di Palermo e a ridosso dell’autostrada. In una di quelle ville, al numero 54, ha passato dieci anni della sua vita, quasi meta’ della latitanza, il capo dei capi di Cosa Nostra, Toto’ Riina. . Si faceva chiamare Giuseppe Bellomo, diceva di essere di Mazara del Vallo. Una casa lussuosa, con piscina e ascensore interno, naturalmente una cassaforte. Ma non era sua. La proprieta’ era ed e’ dei fratelli Giuseppe e Gaetano Sansone tuttora indagati per quell’appoggio al superboss. Riina pagava regolarmente l’affitto e anche le bollette: pagava con assegni circolari. Una vita tranquilla, fino a quel gennaio di dieci anni fa. Non si sa ancora con certezza da dove e’ arrivata l’informazione, fatto sta che i carabinieri del Ros ormai sanno dov’e’ nascosto Toto’ Riina. Ma sanno pure che non sara’ facile catturarlo e chiamano il blitz “Operazione Belva”. Da mercoledi’ 13 gennaio si appostano in nove davanti quella villa. Il nucleo, che si chiama Crimor, e’ comandato dal “capitano Ultimo. Con lui ci sono Arciere, Vichingo, Pirata, Oscar, .Omar, Nello, Barbaro e Ombra. I nomi, ancora oggi, sono coperti dal segreto.

 

Un giorno di attesa. Poi, la mattina dopo, alle 10,14 del 14 gennaio dal cancello della villa esce un’auto. Forse con i carabinieri c’e’ anche Di Maggio. Di sicuro e’ riconosciuta la donna all’interno: e’ Ninetta Bagarella, la moglie di Toto’ Riina. L’ultima conferma: il covo e’ proprio quello. Passano poco meno di ventiquattro ore. Ed ecco il momento sicuramente storico nella lotta alla mafia. Sono le 8 e 55 del 15 gennaio 1993. Esce una piccola auto, anonima. Al volante c’e’ Salvatore Biondino, l’autista del boss, e vicino proprio lui, la belva, Toto’ Riina. “In quel momento sento come un senso di vuoto” confidera’ poi il capitano Ultimo.

I nove della Crimor seguono l’auto, s’infilano in via Leonardo da Vinci, arrivano alla rotonda, il traffico e’ intenso, pochi metri dopo davanti al motel dell’Agip bloccano l’utilitaria. L’operazione e’ durata in tutto quindici minuti e un chilometro. La latitanza del capo dei capi di cosa nostra finisce qui dopo 23 anni, sei mesi e otto giorni, sullo stesso marciapiede dove quindici anni prima Riina fece assassinare il mafioso Beppe Di Cristina. Allora lo chiamavano solo “zio Toto’’” ma da quell’assassinio parti’ la sua scalata a Cosa Nostra. Preso proprio dove e’ diventato capo.

Era disarmato quando l’hanno preso. I carabinieri chiedono i documenti. L’altro li da’ (sono falsi), lui no, non apre bocca. Li portano in caserma. Queste sono le prime immagini della belva in gabbia. E’ talmente fermo, impassibile che sembra un’istantanea. Neanche s’accorge che sta sotto la foto del generale Dalla Chiesa. L’allora colonnello Mario Mori, ora direttore del Sisde, gli dice guardandolo fisso in faccia: “Tu sei Riina”. Lui resta in silenzio, a lungo. Mori insiste, alla fine lui ammette: “Si’, sono Riina. Chiamatemi un avvocato”. La sera non cena, e rifiuta il cibo anche il giorno dopo. Prende solo caffe’. Adesso sembra proprio un vecchio, “Toto’ u curto”. Lo portano di nascosto, di notte, a Termini Imerese. Cominciano gli interrogativi. Proprio quel giorno alla Procura di Palermo e’ arrivato Giancarlo Caselli. Taglia corto alle polemiche: “E’ stata un’operazione da manuale. E un grande giorno per la giustizia”. Caselli e’ appena arrivato da Torino, la citta’ dove poco tempo prima Di Maggio aveva svelato, forse, il covo della belva, anzi come diceva lui “la macelleria giusta”, come conferma Mario Mori pubblicamente..

Alle dieci di mattina di due giorni dopo, il 17 gennaio, Riina lascia la Sicilia in elicottero e rivede dall’alto la terra dove per tanti anni ha spadroneggiato come un tiranno. Come per magia a Corleone ricompaiono la moglie, Ninetta Bagarella, e i quattro figli, quella che sembrava una famiglia fantasma. Toto’ Riina adesso e’ nel supercarcere di Marino del Tronto ma in questi anni ha girato spesso l’Italia per le udienze dei vari processi, accumulando un ergastolo dopo l’altro, l’ultimo per l’omicidio del giudice Saetta. Sa di essere stato tradito, odia i pentiti. Una volta, il 22 aprile del 1996, a Firenze Pierluigi Vigna e Giancarlo Caselli provarono a farlo parlare. Agghiacciante la trascrizione dei verbali. “Parlare? Dottore, la prego, si fermi qui, non la pronunci neanche quella parola. Voi sbagliate persona”. In questi anni e’ tornato anche a Palermo, ma in gabbia. E ha parlato solo per dire il suo odio contro chi parla.

Dieci anni dopo, i misteri sono ancora molti. Intanto resta il dubbio su chi ha contribuito realmente alla cattura. Un grande lavoro di intelligence, durato, si dice, almeno cento giorni? Oppure, come sostiene il generale Delfino (in codice “giaguaro uno”), poi indagato per altre storie, furono decisive le rivelazioni di un piccolo boss in disgrazia, Baldassarre Di Maggio? Ma c’e’ anche chi, fra i pentiti, sostiene che tutto e’ nato da una soffiata di un confidente del maresciallo Antonino Lombardo, poi suicida. Per Giovanni Brusca il tradimento arrivo’ da Toto’ Cancemi, per Bagarella da Francesco Lojacono, un fedelissimo di Provenzano.

I dubbi piu’ grandi riguardano tuttavia la fase successiva all’arresto. Sul covo sono tuttora in corso due inchieste giudiziarie: La prima , come dicevamo, riguarda i proprietari della villa, la secondo e’ contro ignoti e riguarda la mancata perquisizione della casa. Proprio ieri il gip Vincenzina Massa ha chiesto nuove indagini, chiedendo di interrogare tutti i protagonisti della vicenda. Ammette lo stesso Caselli: “Discutemmo se conveniva entrare nel covo subito, o piu’ tardi per individuare altri mafiosi., come ci suggeri’ il capitano Ultimo”. Adesso “Ultimo” e’ maggiore e sta al reparto ecologico dei carabinieri. Il covo in realta’, dopo solo un giorno fu abbandonato. La perquisizione finalmente arrivo’ diciotto giorni piu’ tardi. Troppi. Non si trovo’ piu’ niente, la casa era svuotata. Racconta in aula il 28 agosto 1997 il mafioso Angelo Siino: “I corleonesi entrarono vestiti da operai, portarono via i mobili, tinteggiarono le pareti, cambiarono pure i servizi igienici, fecero sparire la cassaforte”. Pare che alla testa di quel gruppo ci fosse.Antonino Giuffre’, l’ultimo pentito, luogotenente storico di Provenzano. Sostiene il pm Tescaroli: “Dietro l’arresto di Riina restano molte ombre, dubbi e perplessita’ che solo Provenzano potrebbe rivelare”. Intanto, potrebbe cominciare a raccontarle Giuffre’.

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